bel thread! ringrazio eraser per la segnalazione e tutti i partecipanti per il contributo.
effettivamente dopo gli interventi di tony c'è poco da aggiungere.

posso solo dire, per dare un contributo, che:

per motivi biomeccanici l'extrarotazione dell'anca non può che aumentare il carico sulla porzione esterna del piede (provare per credere).

però il setting da gara non consiste semplicemente nel porsi in posizione supina sulla panca, estendendo ed extraruotando l'anca. Se un atleta di media altezza o peggio ancora, di altezza superiore alla media, si limitasse a sdraiarsi sulla panca in questo modo, durante il leg drive tenderebbe a staccare il sedere dalla spalliera.

per tale motivo molti setting prevedono un retroposizionamento del piede (che in verità si sposta in direzione craniale). Questo accorgimento riduce la proiezione della tibia sul suolo, simulando un arto più corto.
in questo modo non solo si aumenta la compattezza generale, ma è possibile anche spingere senza il rischio di sollevare i glutei.

bisogna però notare che il retroposizionamento dei piedi comporta un'ulteriore estensione dell'anca che, per azione sul muscolo ileopsoas, accentua la lordosi lombare e, per azione sui muscoli della loggia mediale e anteriore della coscia, riduce la possibilità di extraruotare il femore. Gli altri vincoli muscolari e articolari (ad esempio a livello dell'articolazione tibiotarsica) comporteranno poi un'ulteriore pronazione del piede e una tendenza a spostare il carico sul primo dito (alluce), sollevando il tallone, com'è possibile osservare in numerose competizioni di bench press (mi riferisco ai falli per erroneo posizionamento del piede naturalmente).

un'altra soluzione possibile per consentire una buona spinta senza il rischio di sollevare il sedere dallo schienale, così rispondo all'ultimo post di palme, è quella di allargare lo stance dei piedi, limitandosi ad una blanda retroposizione del piede.
in questo modo è possibile essere compatti in fase di spinta senza accentuare ulteriormente l'arco lombare e senza la necessità di possedere una mobilità della tibio-tarsica superiore alla media.

come sempre la scelta dipende dalle peculiarità individuali e dalla storia dell'atleta.