L'articolo “Trazioni: da zero a mito” fu la svolta. Perché io fino a quel momento non pensavo seriamente di cercare una sbarra cui aggrapparmi fisicamente, ma se lo sforzo consiste nel leggere non mi tiro certo indietro. Così cominciai.

Per quattro settimane ho studiato, scoprendo che c'era un universo di conoscenze dietro la panca piana, che l'alimentazione dei bodybuilder non era un'alchimia di veleni, che c'era chi aveva studiato seriamente queste cose e ne parlava su internet con immediatezza, che trasmetteva il suo sapere e la sua esperienza gratuitamente. Che c'erano dei forum. E tra tutti quelli che visitai, scelsi questo. Perché mi parve il più ordinato, il più leggibile, quello meglio moderato. Per un mese non è che vi lurkai, vi divorai proprio, scoprendo che c'era sempre più da sapere, che questo mondo non era “inspira, espira, dieci ripetizioni”, ma aveva delle basi profonde, e un senso. Lo ammetto, prima di ciò anch'io pensavo che i palestrati non fossero proprio delle cime, ma dovetti ricredermi. Quello che veniva fuori prepotentemente era che si poteva migliorare studiando, che la ricerca di una tecnica sempre più efficace era fondamentale, e che insieme a voi prestanti atleti del ferro c'erano anche un nugolo di novizi che erano come me, con le domande che avrei fatto io 15 anni prima se avessi pensato di ricevere una risposta sensata da qualcuno.

La mia conoscenza crebbe, o meglio la mia ignoranza diminuì. Ormai rispondevo a mente alle domande dei novizi, sapevo cos'era un prenanna, un Bill Starr e uno schema motorio, e continuavo a rileggere che “una sola, fottutissima, trazione è un risultato notevole”. Un pomeriggio di giugno, formalizzai la mia iscrizione a questo forum e uscii sotto una fine pioggerella per andare a vedere se nel negozio di articoli sportivi della mia città vendessero questa famosa sbarra entroporta.

Fui fortunato, ne avevano una. Per soli 15 euro potevo finalmente applicare le mie conoscenze. Arrivai alla cassa con più rossori di un tredicenne che va a comprare preservativi da una farmacista amica di sua madre, ma nessuno fece sorrisetti e dopo due minuti avevo la confezione del bagagliaio dell'auto. Corsi a casa in uno strano stato di ipereccitazione e sistemai la sbarra. Capii subito che se fosse scivolata mentre ero appeso potevo disintegrarmi le ginocchia, per cui la montai molto bassa e sistemai dei cuscini sul pavimento. Sistemai la webcam del computer, mi misi in mutande per eliminare ogni zavorra superflua e mi appesi. Non solo non riuscivo a tirarmi su, neanche di slancio, ma dopo due minuti di tentativi le mani cominciarono a farmi un male cane. Smontai la sbarra e tornai al computer, deciso a ritentare il giorno seguente.

Ironpaolo parla di una trazione, ma avrebbe dovuto aggiungere una trazione “onesta”, perché io per quattro settimane salii di slancio e non da fermo. Da fermo non mi riusciva. Tentavo e tentavo, ma dondolavo e basta. Provai con le negative, e continuavo a dondolare. Non mi vergogno a dire che allo scadere di un mese di quella storia, col computer pieno di video umilianti, stavo per gettare la spugna.

“Se non ci riesco entro la fine della settimana, mollo”, dissi a mia moglie. “Ma perché, ancora provi? Credevo avessi smesso da un pezzo!”, rispose lei. “No, provo due volte a settimana, sono molto costante”. “Sei diventato più forte?”. “Direi di no, e credimi che è frustrante”. “Immagino, anzi mi stupisco che tu ancora non abbia ceduto, attento a non farti male”.

Finalmente, nell'ultimo allenamento del mese, il miracolo si compì. Da posizione immobile, aprendo il petto, ruotando il torso di qualche grado, e tirando giù i gomiti con tutta la forza che avevo in corpo, venni su. Avevo ottenuto il mio risultato notevole. Grazie Ironpaolo. Tentai la seconda. Niente. Testimoniai a mia moglie l'accaduto. “Bene, allora ora sai fare le trazioni...”. “Ne so fare una.” “E la seconda?” “Ci sto lavorando, perché sai, io penso che una non basti, cioè per essere sicuro che le sai fare ne servono almeno due di seguito, altrimenti non hai la prova provata”. “E ci vorrà un altro mese? Ah ah ah!”. Diventai serio: “Ci volesse anche un anno, io farò la mia seconda trazione”. Con questa frase mia moglie capì che ero impazzito del tutto.

Dopo due settimane ebbi la mia seconda ripetizione, ed esattamente tre mesi e mezzo dopo aver cominciato, a metà settembre, presi la telecamera di famiglia e immortalai me stesso di spalle mentre chiudevo con una tecnica accettabile l'incredibile e simbolico numero di 5 trazioni. Mostrai il video a un mio amico sedentario. Disse: “Sei fuori di testa”, ma non accennò al fatto che la prova non fosse niente di eccezionale. Perché lui una trazione non la sapeva fare, e io ne facevo cinque. “A che scopo lo fai?”, mi chiese “mi sembra una gran perdita di tempo”. “Perché mi emoziona”, risposi “e perché mi ha rimesso al mondo”.

Lui non lo sapeva, ma tra faticare ad arrivare in bagno e chiudere la quinta trazione c'era un universo di studio, di speranza, di impegno, di determinazione e di forza che chi non prova sulla sua pelle non può capire.

Da quel momento, non volli più ascoltare ragioni da parte di nessuno. Non m'interessò più niente di quello che pensavano gli altri, mia moglie compresa, sull'argomento. Perché l'argomento era a loro sconosciuto e quindi non erano titolati a dissertarne. Acquistai una panca, un bilanciere e un po' di dischi. Misi mia moglie a farmi da spotter e la vidi stupirsi insieme a me dei miei 50kg, poi acquistai un portabilanciere da 69 euro e mi misi a fare squat. Orrendevolmente, con 25kg sulle spalle, le ginocchia che crollavano in avanti e il terrore di farmi male. E lo stacco, che col caldo della stanza e il respiro da trattenere mi faceva quasi collassare in terra tra una ripetizione all'altra.

Ormai era chiaro al mondo intero che non avrei più mollato. Per allenarmi efficacemente senza rischiare la pelle, acquistai un rack. Quando lo montai fui soddisfatto, perché non era un soprammobile della suocera che se non ti piace lo nascondi in un cassetto, quello rimane là sfrontato e devi imparare ad accettarlo (“Se mi ami , devi voler bene anche al mio rack”, ripetevo a mia moglie sempre più perplessa). Chi veniva a casa mia non capiva cosa fosse, a cosa servisse. Qualcuno si spaventava, qualcuno si appendeva. Un mio amico disse: “Ma non ha le guide, e poi non ha il coso per i pettorali”. Tentai con entusiasmo di coinvolgere tante persone, misi perfino il bilanciere sulle spalle di mia moglie (che non volle mai più ripetere l'esperienza e ancora oggi ripete: “Io odio lo squat”), e continuai a spiegare tutto a tutti, sempre, tentando di coinvolgerli. Dicevo che il fitness, il wellness, le palestre con i macchinari erano una via, ma non l'unica, e quella che avevo scelto io a parer mio era molto più efficace. Qualcuno comprese (mica frequento gente scema), ma nessuno mi seguì sulla via della forza, perché il mondo pensa che la forza non serva, o meglio serva solo se c'è uno scopo pratico, quando non è così. La cosa strana è che vogliono apparire forti, e non capiscono che la via più efficace per apparire forti è essere forti. E che quando sei forte, non ha nessuna importanza se non lo sembri, perché lo sei.

Raggiungere i piccoli risultati che ho esposto all'inizio di questo lungo scritto mi ha richiesto molto impegno, e mi è costato anche qualche piccolo infortunio, come una violenta contrattura del piriforme che mi ha fatto zoppicare per più di un mese, all'inizio del 2010, (e che temevo fosse l'ernia che il 100% delle persone mi pronosticava). Dall'estate del 2009 mi alleno con costanza, cercando di superare i miei limiti un passo alla volta, e con la speranza di non dover abbandonare mai. Vorrei ringraziarvi tutti, uno a uno, dire a Somoja che ho letto tutto il suo diario due volte, che non vi conosco ma un po' vi conosco, che ammiro i grandi e vorrei essere d'aiuto ai piccoli, che vi sono vicino ogni volta che vi mettete sotto un bilanciere pesantissimo e all'orecchio vi arriva la voce: “Ma cosa fa quello?”.

Perché una cosa ho capito: nel momento in cui si affronta il ferro si è soli, ma se si sceglie di affrontarlo e lo si può vincere è merito di tutti quelli che condividono questa passione. Se io ho ho preso questa decisione e qualche volta ho vinto, è merito vostro. Il ferro ha salvato la mia vita. Per questo vi dico grazie.

Il vostro Perdij




Post Scriptum: Nel settembre scorso ho rivisto, dopo tanto tanto tempo, l'amico che mi aveva predetto un futuro da quarantenne “pancia e gambette”. Era ingrassato e l'abitudine all'alcol gli dava un aspetto ancora più gonfio e sofferente. Quando mi ha visto è diventato simpaticamente acido: “Uh, e che vai in palestra?”. “Una cosa del genere. Perché si vede?”. “Si vede, si vede, sei in forma accidenti a te. Io invece sono ingrassato, devo mettermi a dieta ma mi piace mangiare, per cui ho deciso che mangerò solo pesce, il pesce mi piace e non ha molte calorie”. “Il pesce è buono”, ho detto io sedendomi accanto a lui in silenzio, nella stessa posizione di quando eravamo ragazzini e passavamo le nottate a fantasticare spensierati.