Si, trarne un allenamento è difficile. Ci sono alcuni concetti, ma troppo sommari.Vogliono tenere segreti i loro "trucchetti"!
A naso, però, non penso sia un allenamento adatto alla maggioranza.
Si, trarne un allenamento è difficile. Ci sono alcuni concetti, ma troppo sommari.Vogliono tenere segreti i loro "trucchetti"!
A naso, però, non penso sia un allenamento adatto alla maggioranza.
Ultima modifica di marcoevfurn; 18-04-2008 alle 09:49 AM
OTTIMO post Giovanni!!
mi sono divertito parecchio a leggerlo.. in effetti tutto va visto in chiave critica ma a me i concetti nn sono sembrati così assurdi
beh ragazzi, voi non dovete vedere l'intervista come una scheda programmatica di allenamento ma come una riflessione su una metodologia di lavoro.
COMMENTO
La prima obiezione che può essere facilmente mossa consiste nel rilevare come, al giorno d’oggi, alcune di queste riflessioni ci sembrino scontate e banali mentre altre sono sicuramente da interpretare e rivisitare in chiave critica; tuttavia ciò che mi preme rimarcare è la concezione di fondo alla base di questa scuola, imperniata sulla monotona ripetitività del gesto di gara e sull’amore per il lavoro e la meticolosa ricerca, che – senza nulla togliere ad altre scuole di grande valore e degne di essere studiate con la medesima obiettività, lo stesso ammirato rispetto e pari coscienza critica – ha costituito innegabilmente un caposaldo per la formazione e preparazione atletica di molti tecnici (inclusi alcuni miei maestri) nello sviluppo della teoria dell’allenamento in Italia, da una fase puramente o quasi empirica ad una modernamente scientifica.
Resta deluso dall'intervista colui che pretenda di scorgervi linee guida per predisporre una scheda programmatica di allenamento o lo scoop di nuove indicazioni segrete sul numero magico di serie, ripetizioni e carichi, piuttosto di ravvisarvi un’importante occasione di riflessione su una metodologia di lavoro.
Come già in altre occasioni ricordato, occorre distinguere tra i "metodi" ed i "sistemi". I primi sono delle filosofie di lavoro basate su alcuni concetti guida: ad es. è metodo il "coniugato", che parte dalla necessità di allenare con diverse esercitazioni speciali ad alta intensità le singole frazioni o movimenti parziali di un esercizio gara; al contrario la "multifrequenza" - pur essa metodo - abbandona generalmente molti complementari per concentrarsi sulla ripetitività degli stessi movimenti, sia pur con protocollo diversi in ogni seduta.
I secondi, cioè i "sistemi", sono delle applicazioni pratiche dei "metodi", vale a dire delle routine organicamente studiate e sistematizzate da grandi allenatori per attuare nella pratica i concetti metodologici prescelti in base alla realtà sociale in cui operano, ai diversi obiettivi che devono porsi, alle norme regolamentari che disciplinano la loro attività sportiva in quel paese o in quella realtà federativa piuttosto che in un'altra e, infine, al materiale umano su cui si trovano ad operare.
Così, per intenderci, il "westside" è un sistema ideato da Simmons per l'applicazione del coniugato ma non è l'unica forma di coniugato; allo stesso modo Sheiko ha predisposto un sistema di multifrequenza diverso dal sistema ideato da Korte (Korte 3x3) o da quello bulgaro, pur avendo alla base lo stesso principio metodologico (ripetitività dell'esercizio nel microciclo) diverso dal principio dei sistemi coniugati.
Dobrev non avrebbe mai potuto - nel breve spazio di un intervista - codificare un sistema di allenamento da confezionare seduta stante al nostro intervistatore (che difatti non lo pretendeva), adatto su misura ad atleti a lui sconosciuti, che si allenavano in altri paesi, con gare ed obiettivi diversi e per non si sa quale stagione agonistica.
Neppure avrebbe avuto senso che si fosse messo a sciorinare una serie di dati aridi e per noi insignificanti, relativi magari ai mesocicli di allenamento sostenuti da Popov prima di partecipare ai mondiali.
Quand'anche l'avesse fatto, cosa ci avremmo guadagnato? Forse che qualche benpensante si copiava ed aggiustava le percentuali alla sua maniera di un programma bulgaro da far eseguire in palestra ai suoi volenterosi ragazzotti, solo perchè "lo ha eseguito così pure il campione dei + 125kg"? (che poi è, ne più ne meno, quel che spesso accade quando si pretende di scaricare da internet ed interpretare le routine in cirillico che un Phd ha impostato per il fuoriclasse X - sulla base di analisi ed accorgimenti soggettivi, qualificati e determinati per il momento - e trasferirle a se stessi senza sufficiente background o a qualche malcapitato che fa 100 di panca orizzontale).
L'aspetto nuovo da cogliere al volo nel messaggio lanciato, neanche troppo tra le righe, nei sommari concetti di un fugace incontro era la filosofia alla base di quella cultura d'allenamento: comprendere che non esisteva solo il 5x5 da fare 1 volta a settimana insieme ad un'altro allenamento sulle 2 o 3 ripetute - come ci insegnavano - perchè "il primo è di forza generale e il secondo è più adatto a quella specifica"; capire che non era necessariamente detto che un allenamento doveva durare max 50', altrimenti "poi subentra il cortisolo" (che subentrerà sempre prima se il fisico non si abitua mai a varcare quella soglia!); rendersi conto che la novità dell' "Heavy Duty" già prima importata dall'America non era poi l'unica e se noi, filooccidentali, venivamo facilmente a sapere che Mentzer riteneva sufficiente 1 serie ad alta intensità come stimolo allenante e che troppe serie sono controproducenti (5/6 max.8 se proprio ti vuoi far male), esisteva pure chi sosteneva esattamente il contrario (cioè, tante serie per tanti giorni ad intensità minore ed incrementabile solo con il progressivo adattamento allo stimolo allenante).
Riflettere, in sintesi, che non c'era una verità o magari un paio di strade percorribili ma culture e mondi diversi, che avrebbero potuto essere o meno adattabili a ciascuno di noi a seconda delle circostanze o delle proprie attitudini, ma era importante sapere che c'erano e che la scelta tra scuole diverse e linee guida opposte, eppure altrettanto valide, esisteva e stava alla nostra intelligenza, alla voglia di sperimentare, alla capacità di distinguere ed all'entusiasmo di poterle studiare ed apprendere, la chiave per verificare "quanto e se" avrebbero potuto essere applicate ed in tal modo contribuire a incrementi prestazionali.
Personalmente, seguendo anni dopo un programma studiato dal mio maestro Violanti - che, insieme ad altri, tradusse alcune linee guida di questi concetti adattandoli ad altre realtà - arrivai, dopo un periodo di stallo, a incrementare notevolmente i miei carichi di panca raw, partecipando consecutivamente a 3 mondiali assoluti di bench press.
Lo "stressor" assolutamente nuovo rispetto ai miei precedenti allenamenti abituali fu costituito da un programma da 3xweek di sola bench press, con 20/25 serie per sessione a cui si aggiungeva settimanalmente un lavoro di "eccentriche" ed "isometriche": se qualcuno, soltanto un anno prima, mi avesse preconizzato che mi sarei sottoposto – digerendolo peraltro assai bene - ad un allenamento del genere, lo avrei preso per pazzo.
Ovviamente il tutto va modulato in rapporto all'età ed all'esperienza agonistica del soggetto; non mi sognerei di proporre lo stesso allenamento ad un mio atleta di categ. juniores, se non altro perchè poi....non saprei cosa propinargli a 30 anni!
D’altro canto, sarebbe altrettanto superficiale credere che questa metodologia - attuata beninteso e come sempre, ai massimi livelli, perlopiù da atleti supportati - non preveda comunque alternanza tra sedute leggere e pesanti; al contrario, la moderazione dei carichi fino all'adattamento progressivo è proprio una caratteristica dei sistemi di multifrequenza rispetto ai coniugati dove, talvolta, si è indotti a cercare il max. o lavorare su percentuali ad esso molto vicine, ogni 3 settimane, sia pur in esercizi diversi.
Quando Dobrev parla di percentuali lo fa genericamente (e come diversamente avrebbe potuto nello spazio di una risposta) citando i valori della cosiddetta "piramide di Harre" (codificata appunto da Dietrich Harre nella ex Germania Est). Proprio Dobrev, però, si preoccupa di raccomandare "di non aumentare mai i carichi di lavoro in maniera indiscriminata ma solo in seguito ad un processo adattivo del corpo".
Tra le linee guida dei programmi basati sulla multifrequenza c'è proprio la predominanza della ripetitività del gesto atletico a discapito di una continua ricerca dell'intensità del carico: in una settimana cioè, pur allenandosi quotidianamente sulla bench press, saranno alternate sedute di minor intensità ad altre maggiori, alcune convenzionali ad altre speciali (isometriche/eccentriche) ad altre ancora di panca con impugnatura variabile (più stretta o più larga), con la board press, a movimenti incompleti ecc. sempre però con lo sfondo predominante dell'esercizio principe da ripetere fino alla nausea; lo stesso ovviamente può dirsi per le sedute di squat o stacco, dove il discorso appare più semplice, in questa delimitata fattispecie, in quanto trattasi di "sole" 3 sessioni settimanali, nella stesura originaria di Dobrev.
Anche il discorso sulla percentuale del 100% è generale, come fatto intuire proprio dal Professore nell'accenno sulla saltuarietà del ricorrervi e nella evasività riguardo alla domanda sulle singole alzate, che risulta del resto viziata in partenza da riferimenti non precisi del nostro intervistatore (nella scuola bulgara, infatti, la ripetitività delle alzate singole non implica per forza il massimale).
Spesso, nei sistemi di multifrequenza, il massimale viene ricercato solo dopo mesi ed al termine di un intero specifico periodo, quando non di tutto il macrociclo.
Ricordo, in proposito, proprio il mio maestro spiegarmi che il concetto base dell'aumento dei carichi e dell' incremento dei massimali non era incentrato sul miglioramento in quanto tale, fine a se stesso, ma assolutamente pianificato proprio in vista della competizione obiettivo finale del programma (o, al limite, obiettivo intermedio) alla quale giungere al top della forma. Una sua frase tipica era: "il massimale non lo devi testare, lo fai in gara perchè devi arrivare alla gara che hai fame!".
Per tornare all’origine di tutto il discorso, l'intervista di Dobrev, come si è più volte sottolineato, non dice abbastanza da un punto di vista pratico ma in compenso dice molto sotto l'ottica di una nuova visuale d'allenamento.
Il professore, a quell'epoca, lanciò un messaggio ante litteram, che era il massimo che poteva fare in una mezz'ora di intervista.
In sintesi, sosteneva questo: voi finora avete percorso una certa strada in maniera automatica perchè in tal modo eravate abituati a fare, così vi hanno insegnato e queste sono le esperienze maturate da voi o da altri e che avete potuto raccogliere.
Bene, sappiate che esiste anche un'altra filosofia di lavoro, forse estranea alla vostra storia e alla vostra cultura e con la quale non avete avuto, finora, possibilità di venire a contatto; vi fornisco dei principi base non come tecnico privato ma garantiti dalla mia posizione ufficiale di selezionatore di una nazionale e con l'avallo di risultati oggettivi e di alto livello raggiunti.
Sono concetti che voi avreste avuto difficoltà a sperimentare ma non per incapacità o incompetenza bensì semplicemente non avendo sufficiente substrato umano nel vostro paese dedito alla pesistica, ne interesse pubblico così elevato in questa disciplina da permettervi di testare e verificare con elevata percentuale statistica la validità di certe tesi.
Vi metto a disposizione le cognizioni base raggiunte all'attualità su questo metodo come sprone ed incentivo a proseguire la ricerca; non posso calarmi nella vostra realtà ed esemplificare oltre questi discorsi applicandoli in un così breve tempo, a distanza ed ignorando troppi elementi fondamentali e neanche avrebbe senso sciorinarvi la preparazione di atleti di elite bulgari, nel corso della stagione agonistica, estrapolando questa pianificazione da un contesto dal quale non si può prescindere.
Lascio a voi, colleghi del mestiere e quindi - presumibilmente - non del tutto ignari o a digiuno della materia, il compito di sperimentare, verificare e trasfondere in uno o più "sistemi" organici e definiti la realizzazione pratica di un "metodo" del quale vi ho lanciato l'esca e per il quale vi ho aperto e segnato la strada.
Tale è appunto la sfida che, in modo tanto scientifico negli studi quanto pragmatico nella sperimentazione sul campo, hanno provato a raccogliere in seguito molti tecnici e ricercatori italiani.
Per chiudere, rispondo a Yuri.
E' chiaro che i campioni bulgari, russi, tedeschi dell'Est erano dopati. A quel livello prestazionale lo erano senz'altro, non c'è ombra di dubbio; come è altrettanto comprensibile l'evasività su questo punto dell'allenatore, rappresentante di una realtà statale che lo eleggeva e manteneva e che certo non poteva amabilmente chiacchierare sull'argomento con un baldanzoso italiano che veniva a fargli le pulci in casa (personalmente io la domanda in quella maniera non l'avrei neanche posta).
E'altrettanto vero però che il professore, all'osservazione sulla sostenibilità degli allenamenti previsti da una scuola rispetto ad un'altra, avrebbe potuto rispondere: "ma perchè, gli atleti americani che lei menziona come interpreti di un'altra metodologia di lavoro le risultano essere natural?!"
Dobrev invece, grazie all'esperienza e ad una mentalità che non concedeva scantonamenti, ha evitato una pericolosa polemica che avrebbe avuto come conseguenza ripercussioni ed implicite ammissioni ed ha preferito restare in tema con le sue tesi che sono valide, perchè validamente sperimentate come del resto quelle opposte, e indipendentemente dalle forzature e dagli eccessi cui si ricorre per alterare la prestazione.
In buona sostanza la considerazione da fare sull'argomento è che la piaga del doping affligge da decenni lo sport mondiale ed è legato agli interessi ed alla mancanza di eticità che accompagna la ricerca spasmodica del record e dei successi. Non è un metodo di lavoro piuttosto che un altro a provocare o a richiedere l'alterazione della prestazione, ma è il raggiungimento di certi livelli che - purtroppo - nella società moderna si accompagna al broglio ed all'inganno per ottenere di più e prima senza alcuno scrupolo, indipendentemente che l'atleta d'elite soggetto e - ahilui - oggetto di tale meccanismo si alleni con un coniugato o una multifrequenza.
Grazie e complimenti a tutti per l'interesse mostrato sull'argomento![]()
Ultima modifica di Tonymusante; 17-01-2014 alle 03:38 PM
Grazie mille per la risposta Giovanni, sei stato gentilissimo
Ciò nonostante io non riesco a capire una cosa riguardo gli atleti d'elite, i pl soprattutto, quelli dopati per intenderci, come si può dire che gli incrementi di forza sono una conseguenza dell'allenamento?
Mi spiego meglio, se un atleta arriva a fare 350kg di stacco dopandosi e allenandosi come si fa a dire che è tutto frutto dell'allenamento? Inoltre non riesco a capire come si dopino questi atleti, nel senso che se saltano una settimana di ciclo che gli succede? Perderanno forza?
E' un concetto un pò difficile da spiegare a parole così, inoltre non vorrei sembrare arrogante, ma è semplice curiosità![]()
e perchè dovresti essere arrogante? Io non sono mica Dobrev
chiariamo subito un punto onde evitare qualunquismi.
Il campione che si dopa per raggiungere certe prestazioni è - a mio modo di vedere e, spero, pure al vostro - condannabile moralmente ed esecrabile sotto diversi aspetti umani ma, atleticamente, piaccia o non piaccia, resta un fenomeno.
Se un qualunque ragazzotto o utente di palestra assume steroidi e similari (e, purtroppo, ce ne sono tanti) senza avere una base genetica predisposta ad una determinata attività sportiva nè la testa e le doti caratteriali per emergere in un certo sport, rimarrà quello che è, fondamentalmente un poveraccio: primo perchè ha imbrogliato gli altri e se stesso, secondo perchè lo ha fatto senza che neanche il fine (per quanto condannabile) giustificasse il mezzo; avrà qualche centimetro di braccio in più, farà il fichetto al mare per qualche estate finchè gli dice bene, avrà un po' di ritensione idrica e, molto probabilmente, solleverà pure di più in palestra suscitando l'ammirazione di qualche sprovveduto, ma....finisce qui. Non diventa Belajev, Katzmaier, Siders per restare nel PL ma neanche Arnold, Coleman e compagnia BB; anzi, con ogni probabilità, non vince neanche un regionale.
Chi invece solleva 400 chili di stacco o squat oppure 300 di panca grazie al doping, anche qualora fosse stato natural non avrebbe alzato solo 120 di panca e 180 di squat...non so se mi spiego.
Il campione è un soggetto con caratteristiche particolari specifiche per lo sport in cui eccelle, è sopra la media, è ben predisposto all'attività atletica, ha le fibre ad hoc, una genetica d'eccellenza, insomma il papà e la mamma lo hanno rifornito dei cromosomi giusti: il problema è che non è proprio l'unico e non si accontenta nè, spesso, si accontentano le varie realtà che gli sono alle spalle e lo supportano.
I primi 10 del mondo in uno sport forse lo sarebbero lo stesso anche se non esistesse il doping: magari la graduatoria non sarebbe prioprio quella, forse si inserirebbe il quindicesimo o il ventesimo, sicuramente tutte le prestazioni sarebbero livellate - e di gran lunga - verso il basso.
Allora inizia la corsa al "di più a qualunque costo" all' andare oltre perchè "tutto sommato che male c'è" o perchè "la posta in palio è troppo alta" o perchè "lo faccio ancora per 4 anni e poi smetto" o anche perchè "mi hanno detto che o ci sto oppure mi tagliano fuori" o infine perchè "lo fanno tutti, non mi va di farmi scavalcare da gente che starebbe dietro di me".
Questa è la spirale senza via d'uscita che si innesca, alimentata da interessi, denaro, contratti nei casi degli sport maggiori, o soltanto brama di emergere, riscatto sociale, eccitazione e soddisfazione immediata negli sport d'elite o in quelli dei poveri. Aggiungi una società dove le barriere ed i limiti morali e di gusto vengono ogni giorno abbattuti, aggirati, derisi, non considerati, ed hai il quadro approssimato di una situazione sportiva dove alligna e dilaga questa piaga sociale.
Il campione "non natural" è consapevole di essersi aiutato ma è convinto di aver utilizzato le stesse armi del suo avversario e, pertanto, è indulgente con se stesso e si autoassolve.
Le leggi servono ma relativamente; dovrebbero essere gli istruttori, gli educatori e tutti quelli che operano nello sport a formare i giovani e gli atleti, quando è ancora possibile intervenire, secondo determinati principi in sintonia, ovviamente, con quelli che dovrebbero essere gli insegnamenti e gli esempi pratici da raccogliere in famiglia.
Le cose, però, sappiamo tutti come vanno. Sono comunque contento della sensibilità che manifesti su questo argomento e la pacatezza con la quale è stato possibile affrontarlo. Sarei già soddisfatto se questo breve dialogo costituisse un minuscolo contributo - anche nei confronti di una sola persona - alla ben più grande causa dello sport pulito.
Un saluto pesante.
Concordo !![]()
Concordo su tutto Giovanni però io sarei ancora più affascinato se vedessi risultati senza doping, questo semplicemente perchè nel mio piccolo potrei dire "magari un giorno potrei arrivarci anche io...", però con la "piaga" doping diciamo che poi resto coi piedi per terra![]()
Bellissimo Articolo e altrettanto bei commenti, davvero molto interessante.
Ciao
si, si, ti capisco benissimo e sono d'accordo ma, per stimolarti, ti dico che puoi provare a vederla anche sotto un altro aspetto, che non sia solo quello dell'arrivare agli stessi livelli di entità del carico ma soprattutto - in chiave agonistica, secondo quella chè è sempre stata la mia radicata mentalità - di ottenere determinati risultati.
Ti faccio alcuni esempi del tutto personali come atleta e come tecnico: quando iniziai a dedicarmi prima al biathlon e poi alla bench press vi erano alcuni atleti in Italia che potevano vantare risultati superiori ai miei e - benchè poi transitati in categorie superiori - avevano comunque lasciato nella loro scia dei record che potevano tranquillamente apparire fuori portata.
Ho praticato agonisticamente il biathlon dal 1983 al 2006 e la bench press, intesa come single lift, dal 1994 (prima la affrontavo sporadicamente da sola o la inserivo nel contesto biathlon) all'attualità.
Bene, nel corso di questi decenni ho vinto e perso (vinto molto e perso poco), spesso mi sono migliorato e talvolta ho abbattuto record precedenti di altri: non so chi dei miei avversari avesse caratteristiche "limpide" e chi meno ma non me ne sono mai preoccupato più di tanto, concedendo a tutti a priori il beneficio dell'onestà, se volevo che venisse riconosciuto a me.
Sta di fatto che nessuno degli atleti che gareggiava con o contro di me all'epoca iniziale o nei tempi successivi lo fa tuttora e, men che meno, nella stessa categoria nella quale sono rimasto; questo mi ha permesso di scalare i vertici delle classifiche, abbattere precedenti limiti che sembravano irraggiungibili e stabilire occasionalmente qualche primato in termini di pesi o di vittorie che, in tutta onestà, forse avrebbero potuto essere appannaggio anche di qualche altro atleta geneticamente molto dotato che, tuttavia, per minor costanza negli anni, infortuni incalzanti, passaggi in altre categorie, discipline o sport, semplice carenza di motivazione o eventuali diversi problemi incombenti non ha potuto realizzare.
Insomma, l'essermi convinto che prima o poi avrei raccolto, mi ha consentito di raccogliere effettivamente e di avvantaggiarmi anche di situazioni ed attrezzature che avrebbero - "forse" - consentito anche ad altri di raccogliere ciò che però per loro è rimasto "forse" e per me è diventato "certo".
Allo stesso modo, ora che l'età agonistica si è fatta incalzante, mi sforzo di infondere lo stesso concetto in chi alleno e all'osservazione frequente di chi mi dice "con loro oggi non ce la posso fare", rispondo: "prima di tutto non puoi saperlo altrimenti le gare si deciderebbero al computer e non in pedana; in secondo luogo non esiste solo oggi ma anche domani, fra un anno, in futuro: se perseveri, tra qualche anno magari sei morto (sgrat, sgrat
parliamo di "morte" agonistica) ma può invece darsi che siano morti loro
e tu non puoi saperlo; forse non vinci comunque ma, se abbandoni, non vinci sicuro!"
Ecco, questa può sembrare paradossale ma è la mia filosofia. In quest'ottica, conta poco chi è bulgaro e chi americano, chi è dopato e chi è figlio di Odino, conta solo migliorarsi per superare se stessi ed i propri limiti, scoprire di essere capaci oggi di fare qualcosa che ieri non si immaginava, senza essere mai presuntuosi ma senza neppure escludere di essere i primi domani.
Allora, lo studio e l'amore per la ricerca applicata a noi ed al nostro allenamento ci darà grandi soddisfazioni, mantenendo inalterato il rispetto e la curiosità per le metodologie che di volta in volta possiamo conoscere, indipendentemente da coloro che, in altre parti e sedi, ne siano i protagonisti e dalle scelte che hanno operato per interpretarle.
Il solito salutone![]()
Veramente esemplare Giovanni...
Proprio bello questo studio...
Io rientro i quei pazzi che hanno provato lo sheiko così alla cirillica come dici tu!!
L'ho provato così com'è perchè non sono in grado di modificarlo... e purtroppo non ho vicino persone competenti in materia che possono darmi una mano...
Se fossi di Roma o delle tue parti sarei al fianco di Enrico o al tuo fianco...per apprendere qualsiasi sillaba che esce dalle vostre labbra...però sono a Siena, l'unica cosa che posso fare è gareggiare e imparare, leggere, chiedere a voi esperti informazioni su questo splendido sport, che ogni giorno mi regala soddisfazioni...
Anche sabato scorso sono andato dal grande Paolo...per farmi correggere...però risulta difficile ogni volta prendere la macchina allenarsi e tornare!!
Che dire...sarà un articolo datato ma in me ha suscitato belle emozioni...e bei pensieri!!!
Quando leggo queste cose rimpiango la possibilità di non potermi allenare come vorrei e la possibilità di non poter dedicare il tempo a questa mia passione...Purtroppo come tutti sappiamo ci sono cose che anche se non ci piacciono DEVONO NECESSARIAMENTE PASSARE DAVANTI alle nostre passioni...
L'unica cosa che dico e che farò...e quella di scassarvi i maroni a voi che mi potete dare una mano...perchè la voglia da parte mia c'è tutta!!!
Per questo ringrazio tutti voi...che date moltissimo ogni giorno a questo sport!
Grazie ancora!![]()
Mi sono piaciute molto di più le tue considerazioni che l'intervista in sè stessa.
Rep+![]()
Lusingato di che??Sono io ad essere lusingato semmai...
E' un piacere leggere articoli come questi.
Comunque, piacere, Marco![]()
Ah ah ah!! ciao Matteo, si oK ma non ti offendere perchè comunque la mia battuta su Sheiko non voleva essere riferita a te.
Tu sei un ragazzo desideroso di apprendere, migliorare e sperimentare, per cui non è affatto strano che cerchi il "padre di tutti i metodi", il "sistema chiave", "l'allenamento magico e segreto" per ottenere il meglio dai tuoi sforzi; lo abbiamo fatto tutti, anche io: solo che Internet non c'era e speravo di carpire il meglio da qualche routine misteriosa pubblicata sulle riviste patinate!
Il problema è quando questi travasi vengono fatti da tecnici, o pseudo tali, che allenano l'utente o il ragazzo medio con l'ultima novità scaricata dal web e costituente la variante finale dei presunti sistemi di Smolov, Medvejev e Verchoshanskij, con un'improbabile interpretazione dalla lingua madre e tabelle che - si viene a scoprire in seguito - i medesimi autori avevano occasionalmente utilizzato per inserire, in un programma di preparazione pre mondiale di un loro atleta, dei microcicli di recupero da un sopravvenuto infortunio da sovraccarico funzionale!!!
Esagerazioni a parte, è questo il senso degli studi da effettuare sull'applicazione di una determinata metodologia di lavoro in un certo contesto.
Ed approfitto, quindi, di questa risposta alla tua simpatica osservazione per cercare di chiarire un concetto di fondo.
L'intervista di Dobrev non dice granchè da un punto di vista pratico, sono d'accordo; ma in compenso dice molto sotto l'ottica di una nuova visuale d'allenamento.
Il professore, a quell'epoca, lanciò un messaggio che era il massimo che poteva fare in una mezz'ora di intervista. In sintesi, diceva questo:
voi finora avete percorso una certa strada in maniera automatica perchè in tal modo eravate abituati a fare, così vi hanno insegnato e queste sono le esperienze maturate da voi o da altri e che avete potuto raccogliere.
Bene, sappiate che esiste anche un'altra filosofia di lavoro, forse estranea alla vostra storia e alla vostra cultura e con la quale non avete avuto, finora, possibilità di venire a contatto; vi fornisco dei principi base non come tecnico privato ma garantiti dalla mia posizione ufficiale di selezionatore di una nazionale e con l'avallo di risultati oggettivi e di alto livello raggiunti.
Sono concetti che voi avreste avuto difficoltà a sperimentare, non avendo sufficiente substrato umano nel vostro paese dedito alla pesistica nè interesse pubblico così elevato in questa disciplina da permettervi di testare e verificare con elevata percentuale statistica la validità di certe tesi.
Vi metto a disposizione le cognizioni base raggiunte all'attualità su questo metodo come sprone ed incentivo a proseguire la ricerca; non posso calarmi nella vostra realtà ed esemplificare oltre questi discorsi applicandoli in un così breve tempo, a distanza ed ignorando troppi elementi fondamentali, nè avrebbe senso sciorinarvi la preparazione di atleti di elite bulgari nel corso della stagione agonistica estrapolando questa pianificazione da un contesto dal quale non si può prescindere.
Lascio a voi, colleghi del mestiere e quindi - presumibilmente - non del tutto ignoranti o a digiuno della materia, il compito di sperimentare, verificare e traspondere in uno o più "sistemi" organici e definiti la realizzazione pratica di un "metodo" del quale vi ho lanciato l'esca e per il quale vi ho aperto e segnato la strada.
Questa è poi la sfida che, pragmaticamente, hanno provato a raccogliere molti tecnici e ricercatori italiani.
Con affetto
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