… il Professor Plum nel salotto con il pugnale. Ok ok, non ho scoperto niente però penso di avere le idee più chiare su questo ossessivo stickink point.. Ancora sono speculazioni, ma penso di non essere molto lontano, sinceramente.
Ho sempre fatto riferimento al mitico studio, padre di tutti gli studi sullo squat,“A three-dimensional biomechanical analysis of the squat during varying stance widths” di Rafael E. Escamilla e altri autori.
A sinistra il grafico della velocità verticale del bilanciere presente nello studio, a destra la mia velocità verticale del mio bilanciere. Quando l’ho visto, mi sono emozionato: non stavo dicendo delle cazzate, allora!
A differenza di quelle cagate di studi sulle eccentriche veloci alla macchina isocinetica, quelli dove in 3 settimane si migliora la forza del 50% per scoprire che i soggetti erano sedentari indolenti da girone infernale degli accidiosi, Escamilla è uno che ha studiato lo squat sotto carico: lo studio è stato svolto digitalizzando le alzate di atleti di una gara di PL a livello nazionale, idea che, sinceramente, mi piacerebbe ripercorrere.
Stavolta ho costruito una struttura di calibrazione un po’ meglio della precedente: la prossima sarà un parallelepipedo, per ora va bene questa qua. E’ incredibile come, risolto il problema della tecnologia elettronica, le vere problematiche sono quelle hardware di bassissimo livello: per fare le cose per bene sarebbe necessario un garage di 10×10 metri dove poter lasciare tutto piazzato.
Il problema di una digitalizzazione bidimensionale è che i punti da riprendere devono giacere sullo stesso piano di calibrazione, cosa “su per giù” rispettata in quando la mia schiena è tutta sul rettangolo, di sicuro una condizione inaccettabile per misure quantitativamente corrette ma che vanno bene in questo approccio che guarda le “forme” delle alzate dando importanza al confronto fra movimenti piuttosto che al movimento in se. Prima o poi passerò ad una digitalizzazione 3d, ma adesso voglio farmi un po’ le ossa così.
Ho digitalizzato 3 punti: il centro del bilanciere, l’osso sacro al confine con L5 e un punto a 20cm dall’osso sacro indicato con una X di nastro carta, gentilmente posizionato da mia figlia che si è divertita a scotchare il babbo. Il punto non ha nessun particolare significato, della serie “già che c’ero ho indicato un punto in più” ma ha portato dati interessanti.
Ho voluto verificare se se la maglietta si sarebbe mossa durante le varie alzate, cosa che non è accaduto almeno per ciò che riguarda l’osso sacro, perciò una maglietta nera con dei punti gialli o bianchi è sufficiente.
Ho dovuto aggiornare l’analizzatore per gestire 3 punti e ho iniziato a sviluppare un modellino biomeccanico dello squattista che, pur essendo abbastanza elementare, ha delle particolarità a mio avviso abbastanza “avanzate” quali un bacino che non è un punto ma è presente un osso sacro ed un acetabolo e una prima schematizzazione dei femorali.
Devo dire che mi ha fatto una certa impressione vedere l’omino secco squattare come faccio io, “scodando” come me a differenza dell’altro che eseguiva una alzata simulata. Conoscendo la posizione della schiena, sapendo la posizione e l’angolo dei piedi è possibile in prima approssimazione dedurre come si muovono le ginocchia. E’ una parte da sviluppare, ma adesso come primo risultato va bene così.
Mi sono fissato sullo squat perché è ben più semplice della panca o delle trazioni e allo stesso tempo più complicato rispetto allo stacco: il movimento è meno tridimensionale di quanto si pensi dato che il blocco del tronco si muove sempre su un piano verticale.
Vi preannuncio che il risultato finale è ciò che già sappiamo, ciò che l’esperienza di centinaia di lifter ha già reso noto, però stavolta… lo esplicitiamo e lo scriviamo in bella copia.
Saliamo…
Analizziamo la risalita dal punto più basso, in questo caso una buona alzata con 140Kg
Ok, è un po’ complicato, spieghiamolo piano piano: in alto ho riportato la velocità delle spalle e delle chiappe. Notate come spalle e chiappe si muovano quasi all’unisono, le chiappe leggermente più velocemente dato che il grafico relativo è “sopra” quello delle spalle.
Se spalle e sacro si muovono alla stessa velocità, la schiena (il segmento che li congiunge) si muove senza variare la sua inclinazione. In questo caso le chiappe si muovono più velocemente, spingendo il culo verso l’alto di più rispetto alle spalle (vi piace l’uso dei termini tecnici “chiappe” e “culo”?). La curva dell’inclinazione della schiena, infatti, mostra come da 41° di inclinazione si passi a 37° nel punto a minima flessione.
La riga centrale indica il picco di velocità dell’osso sacro, notate come poi questa velocità rallenti fino ad un minimo, mentre la velocità delle spalle non decresce, si mantiene bella arzilla e addirittura aumenta: ciò significa che sto “ruotando indietro” la schiena estendendo il bacino per mettermi in posizione eretta e il bilanciere continua a spostarsi verso l’alto senza rallentamenti.
La sensazione è una alzata potente con il bilanciere che schizza deciso verso l’alto, senza intoppi e rallentamenti apparenti.
Questa è una alzata a 150Kg eseguita molto peggio. Non è il carico che ha fatto la differenza quanto la stanchezza e la deconcentrazione.
Osso sacro e spalle si muovono a velocità differenti, con l’osso sacro sempre più veloce delle spalle. Questo significa che la mia schiena si flette in avanti più del caso precedente: “sfuggo di culo”, e anche se inizialmente la schiena era meno flessa a 44° l’effetto finale è che mi ritrovo piegato ai soliti 37° come nel caso precedente, perdendo però 7° invece di 4° o, visivamente, invece di flettermi solo di 5cm in avanti mi fletto di 8cm e 3cm si vedono molto bene durante il movimento. Faccio sempre così quando sono stanco: uso ciò che ho di più forte, la schiena.
Al minimo della velocità delle chiappe, linea a destra, ho anche un minimo della velocità delle spalle, un rallentamento evidentissimo assente nel caso precedente, un classico sticking point. Il risultato finale, descritto nei due disegni in basso a destra dove riporto anche la posizione precedente, è che a parità di inclinazione della schiena sono 5 centimetri più in basso rispetto al caso “buono”.
L’alzata è anche più lenta, del resto andando più piano ci metto di più a tornare in piedi. Una alzata un po’ sofferta.
Il ruolo dei femorali
Vi ho già massacrato con la storia che i femorali, essendo biarticolari, estendono il bacino ma contemporaneamente flettono la tibia, un movimento assolutamente indesiderato in risalita in quanto contrastano i quadricipiti che estendono la tibia. Non solo, i femorali si trovano ad operare in condizioni di accorciamento dal lato del bacino e di allungamento dal lato della tibia, una “falsa isometria”.
Dalle misurazioni sul mio modello, per i due casi visti la lunghezza dei femorali passa da 38cm a 41 cm dal momento in cui inizio la risalita alla minima inclinazione della schiena, che è sempre 37°. Non si verifica la falsa isometria perché la schiena flette e fa allungare i femorali.










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