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La torcia olimpica

la torcia olimpica ai Giochi di Mosca 1980
La torcia olimpica che tutti conosciamo è quella portata a mano e di corsa in staffetta dai tedofori, con frazioni pre determinate, fino all’accensione sul braciere olimpico per dare inizio alle competizioni.
Essa in realtà, così come concepita, è un rituale delle Olimpiadi moderne ben diverso dall’antica corsa con le torce .
“ Nella pratica dei Greci antichi non c’era nulla che giustificasse la torcia olimpica da portare in giro per mezzo mondo come simbolo dell’internazionalismo olimpico.
Nell’antichità le corse con la torcia erano staffette puramente locali: squadre di uomini nudi, con la fronte ornata di diadema, portavano per le strade da altare ad altare torce accese su impugnature metalliche.
Facevano parte di un rituale religioso in senso stretto i diademi, gli altari come punti di arrivo e l’onore culminante da assegnare al vincitore di collocare la sua torcia sull’altare del Dio che veniva celebrato.
Inoltre, mentre i Giochi moderni cambiano sede ogni quattro anni (e parrebbero dunque giustificare un trasferimento della fiaccola olimpica – n.d.r.), quelli antichi non abbandonarono mai Olimpia.
Infine, e questo è il punto più notevole, le Olimpiadi antiche furono tenute ogni quarta estate senza interruzioni, nonostante le guerre e gravi difficoltà politiche in vari periodi, fino almeno al 261 d.C.
Quando i Giochi furono istituiti, nel 776 a.C., i veri Greci erano considerati in tutti i sensi “elleni”. I Giochi erano pertanto panellenici piuttosto che internazionali. Il nome “Greci” ci viene da quello dato loro dai latini “graeci”, non siciliani o egiziani o siriani. Parlavano tutti greco, veneravano gli stessi Dei negli stessi modi, partecipavano ai Giochi Olimpici in condizioni di parità. “
( tratto da “I Giochi Olimpici” di Finley e Pleket – 1980).
braciere olimpico dei Giochi di Atene 2004

Cerchiamo allora di appurare da cosa abbia potuto trarre spunto questa tradizione che ormai stabilmente precede l’inizio delle edizioni dei Giochi moderni.
“ Olimpia non era ne una città ne un villaggio e non era neppure un luogo abitato, fatta eccezione per le abitazioni dei sacerdoti e degli addetti alla custodia del Santuario.
Era soltanto il luogo dove si tenevano esclusivamente i Giochi: il distretto interno del luogo di culto si chiamava Altis.
Ecco una nuova conferma dell’origine dei Giochi in una festa funebre, dopo che Pausania fece derivare questo nome dalla parola greca “alsos”, cioè tomba. In mezzo al campo sacro si trovava la tomba di Pelope e, sotto il regno di Ifito, sarà eretto un altare in onore di Zeus.
Su questo altare i sacerdoti depositavano le loro offerte animali e vegetali; accatastavano delle fascine e tenevano pronta una torcia. A questo punto, un gruppo di giovani selezionati prendevano posizione a ca. 200 mt. dall’altare per la partenza di una corsa.
Colui che arrivava prima all’altare aveva diritto all’insigne onorificenza di accendere il rogo del sacrificio.
Questo fu l’inizio dei Giochi Olimpici, un inizio pieno di toccante dignità.
Solo questo tipo di corsa fu eseguita per i credenti e fedeli della divinità durante le prime 13 Olimpiadi. I vincitori della prova provenivano da Elis, Micene o Pisa (in Grecia – n.d.r.).
In seguito furono attirati gli Spartani che avevano stabilito un’alleanza con gli Elleni e la festa di una provincia divenne la festa di tutto il Peloponneso.
La preparazione militare degli Spartani forniva alle competizioni atleti ben allenati: dopo la loro prima vittoria alla XV Olimpiade, gli Spartani acquistarono una forte superiorità nel corso dei due secoli seguenti che fu intaccata solo dai Crotoniani.
Con il crescere della rinomanza dei Giochi l’Altis si ricopriva di edifici magnifici che si riempirono di opere d’arte e di ricchi tesori provenienti da offerte. I ladri che erano attirati in questo luogo costrinsero gli Elleni a circondare l’Altis di una alta muraglia. "
( tratto da “ Des hommes et des records – Histoire de la performance a travers les ages” di Walter Umminger – 1962).
antico braciere olimpico

La corsa con le torce in antichità non era dunque una scenografia allestita per trasportare la fiaccola olimpica con cui ardere il braciere e rinnovare il giuramento, dichiarando nel contempo aperti i Giochi ma una vera e propria gara di corsa, che prendeva il nome di lampadedromia.
“ La lampadedromia trae la sua origine da riti sacri non agonistici. Pan avrebbe aiutato gli Ateniesi a Maratona ed in suo onore era indetta ad Atene, ogni anno, una corsa con le fiaccole.
Si tratta di una corsa a staffette tra diverse squadre, in genere ciascuna composta da una tribù di una medesima città. Il testimone era costituito da una torcia che passava al proprio compagno di squadra, a sua volta in corsa o pronto allo slancio.
Coloro che fossero riusciti a tenerla accesa avrebbero ricevuto un’idria dipinta contenente olio.
Pausania, nella sua Periegesi, ci descrive una lampadedromia che si svolgeva ad Atene, in cui la bravura consiste nel saper mantenere accesa le faci correndo, poiché se la face si estingue, benché si giunga primi, non si conquista la vittoria.
La medesima gara poteva esser disputata pure a cavallo o in corsa individuale.
La Lampadedromia non era ricompresa nel programma dei Giochi Olimpici antichi ma molto praticata durante le feste Panatenee. “
( tratto da “Homo ludens” di Marco Fittà e Dante Padoan – 1988).
medaglia commemorativa di una gara di staffetta

In pratica potremmo considerare l’antica gara con le torce come l’antesignana della moderna corsa a staffetta.
Ecco infatti la spiegazione del susseguirsi della gara grazie al testo tradotto da un’iscrizione su di un blocco di marmo bianco ritrovato a Delo.
“ …Coloro che partecipavano alla gara percorrevano una frazione della distanza complessiva, recando nella mano sinistra una fiaccola accesa che consegnavano nella destra del compagno di squadra il quale, come fanno ancor oggi i corridori di staffetta, per guadagnar tempo aveva già preso l’avvio.
Tale trasmissione della fiaccola continuava via via sino all’ultimo staffettista: vinceva la squadra il cui ultimo componente fosse arrivato primo al traguardo, spesso rappresentato da un altare, a condizione però che la fiaccola fosse ancora accesa. ”
( tratto da “Iscrizioni agonistiche greche” di Luigi Moretti, 1953).
Paavo Nurmi accende il braciere olimpico ai Giochi di Helsinkj 1952

Di questa gara abbiamo notizia che si svolgesse non solo durante le prime edizioni dei Giochi Olimpici ma nel corso di Giochi e Feste tra i più popolari, sia in Grecia che nell’antica Roma.
Era d’uso durante le feste religiose ed in particolare nelle Prometee, nelle Panatenaiche, nelle Bandinee e nei misteri Eleusini, riguardo ai quali è giunta notizia di una festa dedicata proprio alla corsa con le fiaccole.
Interessante e suggestiva, per esempio, la descrizione della competizione che possiamo leggere nel brano sottostante, inerente ai Giochi Istmici:
“ Viene la notte che non interrompe i Giochi istmici. Una corsa è attesa e impazientemente desiderata e vuole come complice le tenebre più profonde: è la corsa con le torce, la lampadedromia.
Le torce sono fatte di tralci di vigna strettamente legati oppure, affinché la fiamma fosse più rapida e splendente, di rami di pino stretti e annodati nei flessibili gambi di giunchi e di papiri.
Un fuoco viene acceso sull’altare di Demetra, la grande Dea: qui i concorrenti prendono le loro torce. Appena fatti pochi passi non è più possibile distinguerli o riconoscerli. I favoriti della fortuna si perdono nell’ombra e neanche i più fedeli amici possono seguirli e incoraggiarli.
Lo spettacolo è molto bello ma altrettanto strano; si va con un certo disordine, gli Ellanodici più severi perdono tempo ad ammonire ma, nel tumulto, non li vedono ne li sentono. Il buon umore di tutti è sufficiente a mantenere la lealtà; si ride e ci si diverte, ciononostante le torce scintillano, passano e qualche volta rischiano di spegnersi per l’impeto furioso dei corridori.
Sembra una corsa di stelle e lo stesso cielo, adesso cosparso di fuochi senza numeri, traversato dalla polvere luminosa della Via Lattea, sembra sorridere ai Giochi. “
( tratto da “ Les spectacles antiques” di L. Augé de Lassus – 1888).
Di seguito ancora qualche curiosità.
“ La corsa con le torce era molto diffusa in tutta la Grecia e la sua popolarità si conservò fino ai tempi dei Romani.
Ad Atene c’erano corse con le torce alle Panatenee, alle Epitafie, alle Tesee e, ai tempi di Socrate, fu istituita una corsa con torce a cavallo nella festa di Bendis.
La gara aveva luogo di notte e due erano le tipologie principali: individuale ed a squadre.
Nella prova individuale, i concorrenti partivano dall’altare di Prometeo nell’Accademia e correvano attraverso la città; chi arrivava primo con la torcia accesa era proclamato vincitore.
Gli sforzi dei partecipanti per mantenere la torcia accesa durante il percorso erano spesso causa di interminabili risate tra gli spettatori e – racconta Aristofane – che, mentre passavano attraverso la stretta porta d’ingresso in città, il popolaccio del quartiere dei vasai li motteggiava scurrilmente ad alta voce.
Nella corsa a squadre, invece, gli atleti delle varie compagini erano dislocati lungo il percorso: il primo consegnava la torcia al secondo quando lo raggiungeva, il secondo al terzo e così via fino all’ultimo. La squadra che riusciva a portare la torcia ancora accesa al traguardo era dichiarata vincitrice. “
(tratto da “Sports e Giochi nella Grecia antica” di E. Normann Gardiner – 1956 ).
fiaccola olimpica alle Olimpiadi invernali disputate a Torino nel 2006
...i pesi pesano, non c'è niente che pesi quanto un peso...
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