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ONORI e PREMI ai GIOCHI









Le premiazioni costituivano, già all’epoca, uno dei momenti salienti dei Giochi, perché il premio rappresentava più cose insieme: una meta ambita, un traguardo raggiunto, un simbolo del valore dell’atleta, un riconoscimento di cui essere orgoglioso, talvolta un posto nella storia ed il mezzo per ottenere vantaggi e prebende.
Sulla questione si dilunga in maniera molto circostanziata ed esplicativa il testo che segue, che vi lascio pertanto in forma quasi integrale.


" La premiazione dei vincitori doveva costituire uno dei momenti più interessanti per l’atleta. Gli amici del vincitore, durante il corteo trionfale la notte successiva alla vittoria, intonavano il Kallinikos (che in greco indica colui che ha riportato una bella vittoria), cioè un breve inno in onore di Eracle, che pare venisse scandito e ripetuto tre volte.
Che l’atleta vincitore venisse considerato quasi un Dio lo testimonia anche una particolare onorificenza che gli veniva concessa: la mitra. Si trattava di una benda di lana con la quale poteva cingersi il capo o annodarla al capo o alla coscia. Le bende potevano anche essere più di una ed il vincitore era inoltre onorato con una corona che, a seconda della località, era intrecciata con fronde di varie piante.
Ad olimpia si usava l’olio selvatico, che un fanciullo non orfano tagliava con un falcetto d’oro dall’albero sacro e che il primo degli ellanodici poneva sul capo del vincitore.
Il primo atleta ad essere incoronato fu Daicles di Messenia, vincitore nello stadio alla 7^ Olimpiade (752 a.C.) …………..
Fin dai giochi più antichi, descritti da Omero nell’Iliade, ai vincitori delle gare venivano dati premi in valore. Nei Giochi funebri in onore di Patroclo, sotto le mura di *****, vennero offerti ai vincitori cavalli, muli, bovi, tripodi, vasi e ancelle dalle belle cinture.
L’onorificenza più ambita era costituita dall’erezione di una statua che ricordava la vittoria, sia nella sede dei Giochi in cui era stata conseguita, sia nella città natale del vincitore. Probabilmente una delle prime statue erette a commemorazione di una vittoria fu quella offerta nel 544 a.C. al pugile Prassidana, scolpita in legno di cipresso.
L’elenco delle imprese sportive di un atleta veniva spesso inciso sul basamento della statua che l’atleta innalzava in ringraziamento alla divinità. Scolpirono statue di atleti grandi artisti quali Mirone, Prassitele, Policleto, Pitagora di Reggio.
I vincitori venivano talvolta onorati con la coniazione di monete commemorative.
Al suo ritorno nella città di origine, l’atleta vittorioso veniva accolto trionfalmente. Exainetos di Agrigento, vincitore dello stadio alla 52^ olimpiade del 412 a.C., entrò in città su di una quadriga con un corteggio di 300 bighe tratte da cavalli bianchi. Si giunse persino ad abbattere tratti di mura perché il corteo potesse transitare agevolmente.
Ad Atene il vincitore acquistava il diritto di mangiare gratuitamente nella sede municipale per tutto il resto della vita.
Chi poteva permetterselo commissionava ai poeti più celebri del momento carmini che immortalassero le proprie azioni vittoriose. Questi componimenti prendevano il nome di epinici (epì=sopra e nike=vittoria, cioè per la vittoria). Ci restano epinici di grandissimi poeti come Simonide, Bacchilide e soprattutto Pindaro, che inoltre musicava i suoi carmi che venivano intonati da cori modulati al suono del flauto e della lira ed erano accompagnati da danze. Sembra che Simonide e Pindaro chiedessero per compenso somme in denaro non indifferenti per tali componimenti; Pindaro addirittura tremila dracme. "


(tratto da “ Homo ludens “ di Marco Fittà e Dante Padoan – 1988)




Vediamo ora qualcosa in particolare in ordine alle cerimonie di premiazione ed ai momenti immediatamente successivi ad esse alla fine dei Giochi.
Nei brani che seguono taluni passi offrono descrizioni con indubbie implicazioni psicologiche.


… La marcia trionfale dei vincitori si apre con gli Ellanodici, gli agoneti, i sacerdoti e, in generale, da tutti i magistrati di Olimpia, vestiti magnificamente con indosso particolari insegne. Dietro di loro seguono in ordine i vincitori vestiti con i più bei abiti e recanti in mano la palma. Sfilano lentamente ed a suon di musica, gli uni a piedi e gli altri sopra a dei superbi carri ornati di fiori o seduti su bei cavalli e puledri bardati d’oro.
Il corteo si dirige verso lo Stadio, ove il pubblico ha preso posto, mentre i vincitori si piazzano in mezzo al campo, non lontano dalla presidenza. Il rumore e tumulto che regnano nello Stadio cessa improvvisamente alla vista di un uomo che, incoronato dall’olivo sacro, avanza di qualche passo e si ferma nel mezzo, tenendo in mano la lista di tutti i vincitori: è l’araldo che vinto nei Giochi ed a lui incombe il compito di proclamare i nomi dei vincitori.
Nel più profondo silenzio egli pronuncia ad alta voce il nome di quello che ha vinto la corsa dell’”Stadio”: questo felice mortale darà il suo nome all’Olimpiade. Alla vista della corona l’entusiasmo del popolo non si contiene più, da tutte le parti arrivano ovazioni e grida, gli occhi degli spettatori si riempiono di lacrime di gioia, mentre le fanfare suonano l’inno consacrato…
Vengono di seguito altri olimpionici che sfilano in ordine davanti al Presidente ma la gloria del vincitore sarà consacrata dal momento che gli ellanodici avranno fatto iscrivere i loro nomi al Ginnasio, sulla lista destinata a perpetuare il ricordo del loro trionfo e della loro gloria.
Dopo la distribuzione dei premi, lo spettacolo prende un aspetto più solenne; il corteo si riforma preceduto questa volta dalle statue degli Dei portate in gran pompa. I vincitori, con la corona in testa, seguono la processione accompagnata da tutte le autorità civili e religiose, dagli ospiti pubblici, dai deputati delle nazioni. Tutti discendono verso l’Altis.
Dall’entrata nel recinto sacro un gruppo di cantori intona, al segnale dato, le strofe dell’inno composto da Archiloco de Paros in onore di Ercole. Alla fine di ogni strofa, gli assistenti, i sacerdoti, gli atleti ed i pellegrini ripetono in coro l’epode o il ritornello consacrato alla glorificazione di Ercole e del suo compagno Iolaos; in tutta Olimpia si odono le voci dei 60.000 cantori.
Il corteo giunge davanti all’altare dei 12 Dei e in un silenzio profondo il Theocolo, levando le mani al cielo, indirizza a Zeus una preghiera ed invoca la protezione del Dio su ogni razza ellenica.
I vincitori offrono sacrifici ed immolano animali, i cui resti in seguito sono portati all’altare per essere consumati con del pioppo bianco.
In questa cerimonia i ragazzi sono accompagnati dai loro genitori, amici e compatrioti che, con le lacrime agli occhi, li abbracciano felicitandosi.
La processione si ricompone e si dirige verso il Prytamneo, dove gli elleni hanno fatto preparare un grande banchetto, cui sono invitati tutti i privilegiati di Olimpia,.
Da questo momento la festa di Olympia è ufficialmente chiusa, normalmente però si prolunga per più giorni per la generosità dei trionfatori che, a loro volta, invitano amici e compatrioti a festini durante i quali si suona e si danza. Alcibiade osò invitare tutti i pellegrini ed anche gli animali. Per questo gigantesco pasto tutta la Grecia si mosse e molte città vollero contribuire: Lesbos fornì il vino, Chios il pasto ai cavalli ed ai muli, Efeso tende di lusso per invitati importanti. In tutto il mondo si benedì l’ospitalità con la quale aveva festeggiato la sua vittoria.


( tratto da “ Il panorama illustrato dei Giochi Olimpici “ di G. Spyridis – 1969 ).




Il tema del banchetto sopra ricordato assomiglia molto a quello che, in tempi moderni, è spesso previsto come cena o appunto banchetto di chiusura; talvolta una sorta di “terzo tempo” tra tutti i partecipanti ed è ricorrente nei festeggiamenti ufficiali e non solo privati dei vincitori.
Nell’antichità, tuttavia, l’organizzazione ed il significato delle libagioni post evento era molto più variegato. Vi erano essenzialmente tre diversi generi di banchetti: uno pagato dalle autorità, un altro d’iniziativa di parenti ed amici ed uno offerto dallo stesso vincitore che, se ricco, ricambiava i festeggiamenti.
Pare che ad uno di questi, offerto in onore di un giovane vincitore nella durissima lotta del pancrazio e descritto da Senofonte nel Convito, sia intervenuto Socrate con un brindisi rimasto celebre in onore della ginnastica:
" voglio fortificare la mia salute con l’esercizio, dare con essa un sapore più gradito al mio cibo e rendere più dolce il mio sonno”.



scultura raffigurante Socrate (museo del Louvre)





….Lo spettacolo più imponente del quinto giorno era l’incoronazione degli olimpionici, che si recavano tutti al Tempio di Giove portando in mano la palma che era stata consegnata loro subito dopo la vittoria. Nel Tempio e sul tavolo in oro e avorio cesellato da Colotes, allievo di Fidia, erano esposte le corone destinate a cingere la fronte dei vincitori. Un giovane, che doveva avere viventi i genitori, aveva tagliato con un falcetto d’oro dei lunghi rami di olivo sacro che si trovava dopo il tempio stesso e che era stato piantato, secondo la leggenda, da Heracles. Questi rami venivano intrecciati a forma di corone, le quali venivano date dagli ellanodici ad ogni vincitore, tra le acclamazioni del pubblico che inneggiava anche il nome del padre e della patria del vincitore.
Non esisteva un uomo più felice dell’Olimpionico, che diventava l’eroe del giorno, celebrato dai cori accompagnati dalla musica.
Il ritorno dell’Olimpionico nella sua patria era un vero trionfo. Entrava nella sua città natale da una breccia aperta nelle mura sopra un carro trainato da quattro cavalli bianchi; questo stava a significare che le mura erano inutili ad una città che aveva la gloria di annoverare cittadini in condizione di combattere e vincere. La popolazione usciva dalle case per andare incontro al vincitore. La corona veniva depositata nel tempio della divinità protettrice della città, come appartenente di diritto a quella città che aveva dato i natali al trionfatore.
Gli Olimpionici, secondo le vecchie usanze, erano nutriti dal Pritaneo, ottenevano la Presidenza dei Giochi locali, ricevevano un premio e infine davano il proprio nome ad una delle principali strade della città.
…………….


( tratto da “ I Giochi olimpici nell’antichità “ – rapp. uff.le di Lambros e Politis per Atene ’96)




Aldilà dei festeggiamenti, comunque, gli onori ed i premi assegnati ai vincitori erano molteplici ed assumevano valori di alto simbolismo, oltre che pratico ed economico; spesso assicuravano fama e successo, riuscendo a cambiare le condizioni sociali del protagonista.
Molte sono le testimonianze in proposito, che richiamano aspetti diversi a seconda del contesto che si prefiggono di esaminare.



I premi riservati ai vincitori avevano soprattutto valore morale. Più tardi, sotto la dominazione romana ebbero anche un valore materiale, poiché consistevano in oggetti preziosi o monete.
Il vincitore proclamato dagli Ellanodici riceveva una corona o ghirlanda di olivo sacro, cioè olivo selvatico coltivato sull’Altis ed un ramo di palma che portava nella mano destra ed era segnalato al pubblico al suon di tromba. Se poi riusciva a vincere in tre gare ed a maggior ragione se in tutte le prove del pentathlon, non solo veniva proclamato olimpionico ma aveva diritto ad una statua nell’Altis, ai piedi della quale venivano incisi i nomi delle gare nelle quali aveva trionfato, il proprio nome e la data in cui aveva vinto.
Alcuni affermano che il ramo di palma fosse consegnato al termine della gara e l’incoronazione avvenisse nella solennità di chiusura di tutte le feste.
Secondo gli storici greci, sembra che nessun premio od onore si potesse paragonare al trionfo del campione di Olimpia………..


( tratto da “Storia dell’educazione fisica” di Pietro Romano – 1923).




L’onore e la considerazione pubblica che accompagnavano il vincitore per tutta la vita erano immensi. Il suo nome, con quelli di suo padre e della sua città, proclamato dal banditore, andava glorioso sulle bocche di tutti.
Poiché la vittoria onorava pure grandemente la patria del vincitore, questa ne celebrava il ritorno con maggiore solennità ……..Ne l’onore finiva quel giorno. L’olimpionico ateniese riceveva dalla città, per legge di Solone, 500 dracme e aveva la mensa nel Pritaneo con i magistrati; lo spartano aveva diritto a stare in battaglia accanto al re e difenderlo; altrove erigevano al vincitore colonne onorarie; egli era immune dalle pubbliche imposizioni, aveva un posto d’onore nelle feste pubbliche e nei pubblici spettacoli. Insomma, una vittoria agonistica era sempre una gloria singolarmente ambita dai Greci, specialmente nei Giochi Olimpici ed era ritenuta felicità somma per un mortale. Si capisce perciò come tutto il fiore della Grecia dovesse aspirare a siffatto premio. Non solo i privati ma i re stessi l’ambivano: perciò, Ierone di Siracusa e Terone re di Agrigento, vincitori ad Olimpia ed a Pito, sono celebrati da Pindaro; più tardi, il più ambizioso degli ateniesi, Alcibiade e il più ambizioso degli uomini, Alessandro, aspirarono a quella palma e Nerone stesso, che cercava tutte le soddisfazioni più grandi, volle gustare anche questa e celebrò il suo trionfo agonistico con maggior pompa che mai si fosse vista prima nei trionfi militari……….


( tratto da “Le Odi e frammenti di Pindaro” – traduzione con commento di G. Fraccaroli – 1933).





Nell’immaginario collettivo abbiamo, sin da bambini, l’idea della corona di ulivo che cinge la testa degli atleti ed essa costituiva senz’altro il premio simbolico più diffuso ma d’altronde non certo l’unico.



…Sul modello di Olimpia, la corona divenne forse il premio agonistico più diffuso: essa si differenzia secondo le varie piante da cui viene preparata.
Se ad Olimpia è di olivastro, a Delfi è di alloro, negli Istmi è di sedano fresco, nei Giochi di Nemea di pino. Questi i premi dei quattro grandi Giochi panellenici.
Altrove il premio non era una corona: poteva essere, ad esempio, un oggetto molto prezioso come un tripode di bronzo; ma il vincitore non lo teneva per se, bensì lo dedicava al Dio del culto ed infatti i tesori di certi templi, sedi di culti celebrati con feste agonistiche, rigurgitavano di questi tripodi consacrati. I premi erano anche armi, celebre lo scudo che si vinceva ad Argo; potevano consistere in una veste speciale, come la proverbiale Chlaina di Pellene.
Di particolare interesse sono i premi alimentari: nei grandi agoni di Eleusi, detti Eleusinia, il premio era un quantitativo d’orzo; negli agoni di Panathenaia al vincitore spettava dell’olio (un gran numero di anfore atto a contenerlo è stato ritrovato negli scavi) e ciò perché Atena possedeva nella propria città prediletta un certo numero di ulivi sacri, il cui prodotto non poteva sotto pena di morte essere utilizzato da profani; l’olio da essi ricavato serviva quindi come premio per i vincitori negli agoni della più grande festa che Atene dedicava alla propria Dea.


( tratto da “ I Greci e gli Dei” di Angelo Brelich – 1958).





statua di Atena






A conclusione di questo capitolo dedicato agli onori ed i premi spettanti ai vincitori voglio riportare un brano di gran lunga più breve dei precedenti, che penso però possa eloquentemente sintetizzare un significato di così alto valore sociale per il conferimento di una vittoria olimpica nella antica Grecia.


…Cicerone assicura che gli onori del trionfo a Roma non raggiungevano l’importanza che i greci attribuivano all’onore di chi riportava la corona olimpica.
Orazio dipinge questa vittoria giungendo al punto di affermare che la corona olimpica alzava il vincitore al di sopra della condizione umana: poiché questi non era ormai più un uomo ma un vero Dio.


( tratto da “ Torniamo all’antico” di Enrico Bertet – 1889).