oddio, la scienza sa benissimo che i risultati su modello animale possono essere INDICATIVI ma non PREDITTIVI sull'uomo.
Appare già piuttosto strano questo doppio paragone: professionisti del fondo e topi.
Andiamo avanti: il cortisolo. Per chi vuole costruire massa e forza il cortisolo è il nemico numero uno.
Per chi deve sostenere sforzi di resistenza, invece è un prezioso alleato.
Il cortisolo ha effetti estremamente positivi da questo punto di vista: stimola la glicogenolisi epatica, stimola la gluconeogenesi, stimola la lipolisi... tutte vie che servono a sostenere l'attività muscolare nelle lunghe distanze.
Il muscolo dell'atleta di resistenza è molto diverso da quello dell'atleta di forza: predominano le fibre di tipo I, che a loro volta sono adattate, cioè ripiene di mioglobina, di depositi di trigliceridi, e di glicogeno, ma relativamente poco globalmente, poiché il volume di glicogeno stoccabile è rapportato alla massa muscolare.
Quindi gli adattamenti indotti dall'allenamento specifico sono diversi: incrementa un poco lo stoccaggio di glicogeno, incrementa il contenuto di trigliceridi, ma soprattutto incrementa l'efficienza ossidativa della fibra muscolare.
A livello centrale, invece, vengono potenziate le vie lipolitiche, glicogenolitiche e gluconeogenetiche: gluconeogenesi significa non solo trasformazione degli aminoacidi in intermedi del ciclo di Krebs e glucosio, ma anche utilizzo di glicerolo (ogni trigliceride demolito fornisce tre acidi grassi e una molecola di glicogeno, quindi quando la lipolisi è importante anche la gluconeogenesi aumenta) e dei gruppi propionil-CoA che derivano dalla beta ossidazione degli acidi grassi a catena dispari (fenomeno residuale).
Tutto questo avviene grazie all'attivazione dell'asse controinsulare: glucagone, cortisolo e catecolammine.
Lo stress ossidativo... è vero, è innegabile che ci sia. Ma c'è anche quando finisce l'esercizio intenso. EPOC, debito d'ossigeno, ciclo di Cori... sicuramente meno evidente rispetto a quanto avviene durante grossi sforzi aerobici.
Inoltre, dimentichiamo una cosa: ore e ore di corsa all'aperto, con qualità dell'aria spesso pessima (non tutti possono allenarsi in collina, lontano dalle città...) e ore e ore esposti al sole, il maggior fabbricatore di radicali liberi (è innegabile, avete mai visto un fondista che sembri un ragazzino?).
Tutto questo per spiegare che esiste un altro punto di vista.
Ci scandalizziamo di Roberto Albanesi che crocifigge il culturismo, ma in questo articolo Poliquin ha fatto lo stesso nei confronti del fondo.
Questo per dire che la visione tragica del cardio a bassa intensità è solo una questione di punti di vista.
Ora mi domando una cosa: ma quanti culturisti pensano di inserire nei loro programmi un allenamento aerobico di questo tipo?
E ancora: ma siamo sicuri che fare 45' - 60' di cardio a bassa intensità sia così dannoso?
Infine: Poliquin non ha ragione. Lo so benissimo.
Però, io preferisco allenarmi come dice lui. Perché funziona bene, e soprattutto perché questo tipo di allenamento "cardiovascolare" è funzionale, dal punto di vista metabolico, all'allenamento coi pesi. Coi pesi sfrutto l'anaerobiosi, con il cardio ad elevata intensità condiziono le capacità centrali di gestire il lavoro anaerobio (tamponamento acidosi, gluconeogenesi via ciclo di Cori e glicogenosintesi).
Klokovizziamo il mondo!
^^^Lactate Addicted^^^
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