Più andiamo avanti in questa serie di “articoli” (sempre le virgolette, non vorrei prendermi troppo sul serio) e più le cose si fanno complicate. Per voi che leggete ma anche per me che le scrivo, in quanto tutta questa roba è sicuramente non specifica del mio bagaglio culturale: fosse per me parlerei solo di squat e fumetti, un chiaro esempio di personalità plagiata dalla Sindrome di Peter Pan. A proposito, l’ultimo numero di Dylan Dog, Mater Morbi, è una piccola perla: numeri e numeri banali poi un capolavoro. La prossima copertina invece è un omaggio ad Escher. Come dite? Ah si, la memoria…
Non può mancare una trattazione di questo splendido e misterioso argomento poiché per fare ad esempio le trazioni noi usiamo la nostra memoria.
Tanto per dire: possiamo fare trazioni con una sbarra a pressione fra gli stipiti di una porta, al parco nell’area benessere o in palestra alla postazione apposita. Nessuno farebbe le trazioni attaccandosi al pek dek o ai tubi del riscaldamento dello spogliatoio. Questo perché identifichiamo la “sbarra per le trazioni” confrontando i vari pezzi di ferro con un modello di “sbarra” presente nella nostra testaccia.
Analogamente, eseguiamo il movimento concentrandoci sul “finire la serie” e non pensiamo “adesso devo tirare con i bicipiti”: richiamiamo dal nostro cervellino uno “schema motorio” che però le prime volte non avevamo e abbiamo dovuto… imparare.
La memoria è la capacità del cervello di mantenere dentro di se in qualche maniera le informazioni provenienti dal mondo per poi utilizzarle.
Per completezza, esistono diversi tipi di memoria sulla base del criterio di classificazione scelto. Nello schema la suddivisione della memoria per il tipo di informazione memorizzato:
Molti studi hanno identificato che la memoria dichiarativa e quella procedurale sono processate differentemente nel cervello. Vi presenterò però solo il modo con cui si pensa venga elaborata la memoria dichiarativa anche se a noi interesserebbe di più quella procedurale. Del resto, vogliamo fare lo squat e non impararci le poesie a memoria. Che si fottano, le poesie.
- La memoria dichiarativa riguarda tutti i ricordi esprimibili a parole: “il mio PC era sul tavolo”, “ecco le prime 1000 cifre di PiGreco”. La memoria dichiarativa riguarda “qualcosa che posso raccontare”.
- A sua volta questo tipo di memoria si suddivide in memoria semantica che riguarda ricordi e idee di tipo generale quali la generica sbarra delle trazioni o la conoscenza di nozioni sui cani indipendentemente dal fatto che io ne abbia uno, e in memoria episodica che invece è relativa ad uno specifico evento come aver fatto le trazioni ad una particolare sbarra o avere un ben preciso cane.
- La memoria procedurale riguarda l’esecuzione di compiti, “qualcosa che posso fare”, come andare in bicicletta o, appunto, fare le trazioni”
Poiché l’argomento è complesso e non è chiaro nemmeno a chi lo studia, mi permetto di evidenziare questi aspetti: gli studi sono effettuati con esperimenti in cui i soggetti sono sottoposti a compiti “semplici” e facilmente catalogabili come dichiarativi o procedurali (ricordare una sequenza di lettere o picchiare le dita sul tavolo con un certo ritmo), viene registrata l’attività del cervello per capire cosa succede.
Se il confine è netto in questi casi, è molto più labile se parliamo di compiti complessi quale ad esempio uno squat: io posso descrivere lo squat, ho coscienza di dove sono in ogni momento della traiettoria, per impararlo devo non solo comprendere il movimento ma anche il perché deve essere proprio quello. L’apprendimento di uno squat coinvolge moltissime aree del cervello ed è difficile classificarlo come solo procedurale…
Due memorie… anzi tre
Se il cervello è la più potente macchina elabora-informazioni dell’Universo, il modo con cui memorizza le informazioni non può di sicuro essere banale e semplice…
Qualsiasi sensazione raggiunge i nostri sensi viene memorizzata per qualche secondo in quella che viene definita memoria di lavoro. Queste sensazioni vengono memorizzate o scartate ma comunque il contenuto della memoria di lavoro viene sostituito da altri ricordi.
Dalla memoria di lavoro le informazioni, le registrazioni, passano all’ippocampo, una zona del cervello all’interno del lobo temporale, e alla corteccia cerebrale. Nel disegno le frecce MI e MC rappresentano la “forza” con cui vengono creati questi ricordi o tracce nelle rispettive aree.
Perciò, inizialmente la memoria si forma nell’ippocampo.
I ricordi tendono a diventare più labili con il passare del tempo, cioè decadono ma con velocità differenti nelle due aree descritte: più velocemente nell’ippocampo, freccia DI, più lentamente nella corteccia, freccia DC: questo significa che la memoria diventa nel tempo sempre meno dipendente dall’ippocampo.
La freccia C rappresenta il consolidamento della memoria dall’ippocampo alla corteccia ed è la chiave di tutto: l’ippocampo non è solo una RAM veloce che memorizza informazioni ma può “insegnare” alla corteccia.
A che serve “consolidare”?
Sarebbe tutto più semplice se qualsiasi informazione venisse memorizzata istantaneamente. Il problema è che sarebbe un vero spreco.
Permettetemi questo parallelo: abbiamo oggi a disposizione hard disk di dimensioni di un terabyte, mille gigabyte, che ci permettono di memorizzare qualsiasi nuovo file senza preoccuparci di cancellare i vecchi.
Questo è comodo ma è stupido, una possibilità data dal costo in picchiata dei supporti di memorizzazione che permette di aumentare indiscriminatamente la capacità di memorizzazione.
Nascono, però, nuovi problemi: le decine di migliaia di foto, le migliaia di canzoni, le centinaia di film devono essere in qualche modo catalogate per essere utilizzare, per scappare fuori quando ci servono e buttare dentro roba qualsiasi essa sia aumenta la complessità della gestione delle informazioni stesse. Vi accorgete di questo problema quando fate vedere a vostra suocera le foto della comunione del nipotino e scappano fuori immagini raccapriccianti dei vostri incontri sado-maso a base di latex e fruste. “Eppure mi ricordavo che da CMG001.jpg a CMG103.jpg c’erano le foto del piccolo…”. “********! I nomi sono quelli giusti ma hai aperto la cartella sbagliata!”.
Il cervello è strutturato non solamente per memorizzare informazioni, ma principalmente per catalogarle e poterle utilizzare.
La memoria di lavoro è pertanto un buffer dove tutto viene schiantato dentro, ma per poco tempo. Poi, in qualche modo e con una qualche forma di filtraggio, tutto viene passato a strutture che elaborano informazioni.
La corteccia contiene la “vera” memoria delle informazioni, i ricordi che permangono, catalogati e classificati in modo da poterli richiamare quando servono per sopravvivere al mondo: l’immissione tout-court di nuove informazioni porterebbe alla distruzione di questi schemi con conseguenze estremamente pericolose. L’ippocampo permette così l’acquisizione “rapida” di nuove informazioni che possono essere utilizzate senza che queste vadano a rovinare gli archivi della corteccia.
L’altro importantissimo ruolo dell’ippocampo è il “replay” continuo delle informazioni presenti al suo interno verso alla corteccia che può così scoprire elementi comuni fra esperienze diverse, categorizzare informazioni eterogenee, generalizzare ricordi particolari integrando (appunto, sommando) tutto questo alle informazioni presenti consolidando, cioè “rendendo stabile”, il nuovo nel vecchio.
La formazione della “memoria” è perciò l’integrazione di nuove informazioni all’interno della struttura di ciò che è già presente, ed è un processo che richiede del tempo, giorni, settimane.
Specialmente per i “ricordi motori” il sonno svolge un ruolo fondamentale per la riorganizzazione degli schemi mentali connessi ai movimenti: oggi avete giocato tutto il giorno con la PS3 ma il cattivone di turno vi ha ammazzato sempre, domani vi svegliate e il cattivone prende un sacco di kicks in the ass. Il “ricordo motorio” dei movimenti delle vostre mani coordinate dagli occhi si è integrato con gli altri presenti nella vostra corteccia permettendovi un controllo migliore rispetto a quello del giorno prima. E’ necessario perciò uno stimolo ma anche del tempo perché questo stimolo possa fondersi con gli altri. Riuscite a vederci qualcosa di buono per quanto riguarda l’allenamento?
L’ultimo paragrafo è pericolosissimo per il palestrato medio che a seguito della lettura pensa: “se dormire migliora la mia performance, allora dormire 10 ore è meglio di 8 ore e 12 meglio di 10”. Mi raccomando: non c’è bisogno di raddoppiare la dose di Tavor ed andare in letargo per diventare più forti.
Il cervello utilizza come sempre un metodo geniale per permetterci di memorizzare quantitativi illimitati di informazioni: una compressione delle informazioni fantastica insieme ad una velocità di acquisizione
Perché ripetere?
C’è un piccolo problema: il cervello è fantastico, l’ippocampo, la corteccia, ci vuole un po’ i tempo poi tutto viene consolidato bla bla bla. Bene: ma se è così eccezionale, perché per memorizzare qualcosa di minimamente complesso devo ripetere quel “qualcosa” più e più volte?
Bella domanda, no?
Come vedete, per scoprire chi è l’assassino in questo gioco è necessario continuare a giocare: la risposta a questa domanda è semplice se si risponde a quest’altra domanda: “cosa accade fisicamente al cervello quando memorizza qualcosa?”
Toccatevi già da ora i gioielli di famiglia perché nella prossima puntata parleremo di ictus cerebrali…




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