Grandissimo articolo! e soprattutto sfatato un mito!
Grandissimo articolo! e soprattutto sfatato un mito!
Nella puntata precedente abbiamo visto come il cervello integri le informazioni che riceve dall’esterno. Adesso vediamo più in dettaglio come è strutturato il più potente cloud computer dell’Universo.
A sinistra i costituenti del sistema come visti dall’esterno: una scatola cranica, tecnicamente chiamata crapa o zucca o anche testacciadi(beep) che contiene quello che chiamiamo cervello, una spina dorsale che contiene il midollo spinale da cui escono dei nervi.
Tutto questo è ben noto, dato che è oramai parte integrante della cultura di base della palestra, però basta pochissimo per entrare in un vero marasma di definizioni. A destra un piccolissimo accenno: il Sistema Nervoso è suddivisibile in due macroaree: l’encefalo e il midollo spinale.
L’encefalo è tutto quello cheè contenuto dentro la scatola cranica ed è ciò che identifichiamo normalmente con cervello ma in realtà il contenuto della zucca di ognuno di noi è suddivisibile in almeno tre parti: il cervello propriamente detto, quello grigiastro con i solchi che si vede in tutti i disegni, il tronco encefalico che collega il midollo spinale a tutto il resto e il cervelletto.
Notate come il diagramma rappresenti una gerarchia e sarebbe suddivisibile ulteriormente in moltissime altre parti di cui non riporto i nomi per non appesantire la trattazione. Queste sono comunque le parti che ci interessano per migliorare, lo so che non ci credete, il nostro allenamento.
Il disegno rappresenta una suddividione del Sistema Nervoso in base alle funzionalità. Notate come, spostandosi dal basso verso l’alto aumenti la complessità di ogni funzione.
Il tronco encefalico e il midollo spinale permettono le funzionalità basilari e indispensabili per la sopravvivenza dell’organismo: la regolazione della temperatura, del battito cardiaco, i movimenti riflessi, la pressione sanguigna. Il tronco e il midollo sono comuni a tutte le creature vertebrate, sono il kit di base come lo sterzo e il motore. E’per questo motivo che una lesione al tronco è solitamente mortale: dovunque la ferita vada a cadere viene intaccata comunque una funzionalità importante.
Il sistema limbico è un insieme di organi che caratterizzano l’istinto alla sopravvivenza: fame, sete, pulsioni di base, il fight or flight o attacca o fuggi dipendono da questa zona profonda dell’encefalo. Quest’area è comune a tutte le specie dai rettili in su in quanto necessaria per la sopravvivenza di ogni specie. E’ nel sistema limbico che nascono le emozioni più primitive.
Salendo ancora alla fine arriviamo alla corteccia che permette le funzionalità più evolute quali la coscienza e il pensiero astratto. Lo sviluppo della corteccia è ciò che determina la posizione nella scala evolutiva di una specie: l’Uomo Sapiens Sapiens è la creatura con la corteccia cerebrale più sviluppata rispetto al proprio peso corporeo e questo è di fatto il motivo del nostro successo nel dominio incontrastato del Pianeta Terra.
I nervi sono gli elementi di livello più basso quasi sempre trascurati se non quando il colpo della Strega ci paralizza in improponibili posizioni. I nervi sono le sonde che restituiscono informazioni alla intelligentissima corteccia e che permettono a questa di far agire gli organi del corpo umano.
Un nervo è costituito dall’insieme di più assoni, come un cavo ottico contiene tante singole fibre. Tanto per dare un’idea, il nervo sciatico ha il diametro di un dito! I nervi si dividono in craniali e spinali con i primi che escono direttamente dalla base del cervello e i secondi dal midollo spinale.
Esistono due tipologie di nervi, sensitivi o efferenti e motori o afferenti. I primi trasportano gli input che il cervello integra, i secondi inviano gli output per far svolgere i vari compiti.
Un concetto importantissimo: tutti i nervi entrano ed escono dal tronco encefalico, pertanto tutte le informazioni sono processate partendo dalle aree “primitive” per arrivare a quelle “evolute”. L’integrazione delle informazioni è perciò multilivello dato che ogni “strato” restituisce a quello immediatamente superiore un input processato e filtrato e riceve allo stesso tempo un input dal livello superiore analogamente da questo processato e filtrato.
La formazione di ciò che chiamiamo “percezione della Realtà” è pertanto un processo estremamente complesso in cui noi non conosciamo veramente ciò che ci circonda ma solo quello che le varie zone del cervello ci fanno conoscere.
E’ capitato a tutti che l’ansia ci ha impedito di ricordare un compito che dovevamo svolgere, pur sapendo benissimo di aver sentito ciò che dovevamo fare: il flusso delle informazioni uditive è stato processato, siamo “coscienti” di aver udito, ma non è stato memorizzato.
Questo sistema multilivello è ciò che permette alle “emozioni” di influenzare la percezione della Realtà, l’apprendimento, le decisioni che andiamo a prendere. La modularità del tutto è la sua forza immensa come la sua incredibile debolezza.
Per quanto l’attività in palestra sia associata a comportamenti da bruti decerebrati, in realtà andiamo ad inviare input ed a ricevere output da aree del cervello estremamente evolute, pertanto nel disegno ho riportato la suddivisione macroscopica della corteccia in lobi ed emisferi.
Le zone di ogni lobo sono “etichettate” in base alla funzione che devono svolgere, nel disegno alcune delle aree più famose.
E’ interessante notare come questo tipo di mappatura sia essenzialmente grossolana, dovuta a studi risalenti agli anni ’40-’70 su pazienti epilettici, colpiti da ictus, pazzi, sicuramente qualche esperimento nazista di sezionamento cerebrale in vivo, su soggetti in cui venivano operati simpatici elettroshock.
In pratica la mappatura deriva dalla stimolazione elettrica o dalla presenza di una lesione: un ictus devasta un’area del cervello e il tizio non parla più perciò quell’area era relativa al linguaggio oppure dò un po’ di 220 ad una certa area e il tipo fortunato ha degli scatti alla mano destra perciò l’area era relativa alla mano destra.
Solo negli ultimi 20-30 anni è stato possibile determinare una mappatura più fine e profonda delle aree del cervello, grazie alle nuove tecnologie iniziando dalla Tomografia Assiale Computerizzata e dalla Risonanza Magnetica, “sonde esplorative” di finezza sempre superiore.
L’homunculus
Questo disegno è il rifacimento di uno schema famosissimo chiamato homunculus di Penfield ed è ciò che ci interessa: vi prego di considerare quello che scriverò come una primissima approssimazione della situazione reale, un modello o uno schema mentale da utilizzare per memorizzare meglio i concetti. Come tutti i modelli è una semplificazione della realtà, un po’ come la Supercompensazione: usatela al meglio e migliorerete nell’allenamento, altrimenti vi allenerete ogni due mesi aspettando il picco supercompensativo.
Al confine fra i lobi frontali e i lobi parietali sono presenti due zone del cervello ben precise: la corteccia motoria sui lobi frontali e la corteccia sensitiva sui lobi parietali. La corteccia sensitiva riceve gli input dai sensori del corpo, la corteccia motoria invia gli ordini agli organi motori del corpo, i muscoli. Per questo motivo a noi questa roba interessa!
Ogni zona di queste due aree è relativa ad una certa “parte” del corpo, ma non in proporzione al volume della parte stessa, piuttosto alla sua importanza per la sopravvivenza ed il benessere dell’individuo: le parti indicate nel disegno hanno una forma proporzionale alla dimensione della rispettiva zona sulla corteccia.
Questo è il motivo per cui i neuroni relativi all’uso delle mani e delle dita occupano una bella porzione della corteccia motoria rispetto alle gambe o ai piedi: il controllo fine dei movimenti delle mani è necessario per svolgere compiti complessi, mentre per una gamba è necessario un grado di controllo molto minore.
Analogamente la corteccia sensitiva: gli input ricevuti dai sensori delle mani e delle dita sono fondamentali per capire se e come svolgere un dato compito, pertanto tantissimi neuroni sono dedicati a queste elaborazioni.
La rappresentazione del corpo è così deformata nella corteccia rispetto alle vere “forme”, da cui il termine homunculus.
Questo ometto è una rappresentazione molto chiara e utile per memorizzare concetti importanti, ottenuta con i metodi precedentemente menzionati ma confermata da tutte le analisi successive, ma è possibile cadere in un errore didattico: pensare che sia statica ed immutabile.
In realtà ciò che caratterizza la corteccia cerebrale, pertanto anche quella sensi-motoria, è la sua plasticità: la possibilità di alterare le dimensioni delle proprie aree funzionali.
Per questo motivo, un pubblico ringraziamento: tempo fa lessi su un forum un intervento di Marcoevrnfun proprio sulla plasticità della corteccia. E’ stato lui che mi ha dato la scintilla per informarmi di argomenti che altrimenti mai avrei minimamente affrontato: ancora una volta Internet e le Boards dove le persone dialogano si rivelano una fonte di automiglioramento eccezionale. Grazie Marco, grazie a te conosco oggi più cose interessanti del mondo che mi piace.
Onorato di essere stato citato ma ancora più contento di averti dato spunti interessanti per i tuoi lavori!![]()
persone come ironpaolo migliorano tutti noi..
grazie dei thread
Mi fanno troppo ridere gli omini che commentano![]()
-Where Eagles Dare-
Più andiamo avanti in questa serie di “articoli” (sempre le virgolette, non vorrei prendermi troppo sul serio) e più le cose si fanno complicate. Per voi che leggete ma anche per me che le scrivo, in quanto tutta questa roba è sicuramente non specifica del mio bagaglio culturale: fosse per me parlerei solo di squat e fumetti, un chiaro esempio di personalità plagiata dalla Sindrome di Peter Pan. A proposito, l’ultimo numero di Dylan Dog, Mater Morbi, è una piccola perla: numeri e numeri banali poi un capolavoro. La prossima copertina invece è un omaggio ad Escher. Come dite? Ah si, la memoria…
Non può mancare una trattazione di questo splendido e misterioso argomento poiché per fare ad esempio le trazioni noi usiamo la nostra memoria.
Tanto per dire: possiamo fare trazioni con una sbarra a pressione fra gli stipiti di una porta, al parco nell’area benessere o in palestra alla postazione apposita. Nessuno farebbe le trazioni attaccandosi al pek dek o ai tubi del riscaldamento dello spogliatoio. Questo perché identifichiamo la “sbarra per le trazioni” confrontando i vari pezzi di ferro con un modello di “sbarra” presente nella nostra testaccia.
Analogamente, eseguiamo il movimento concentrandoci sul “finire la serie” e non pensiamo “adesso devo tirare con i bicipiti”: richiamiamo dal nostro cervellino uno “schema motorio” che però le prime volte non avevamo e abbiamo dovuto… imparare.
La memoria è la capacità del cervello di mantenere dentro di se in qualche maniera le informazioni provenienti dal mondo per poi utilizzarle.
Per completezza, esistono diversi tipi di memoria sulla base del criterio di classificazione scelto. Nello schema la suddivisione della memoria per il tipo di informazione memorizzato:
Molti studi hanno identificato che la memoria dichiarativa e quella procedurale sono processate differentemente nel cervello. Vi presenterò però solo il modo con cui si pensa venga elaborata la memoria dichiarativa anche se a noi interesserebbe di più quella procedurale. Del resto, vogliamo fare lo squat e non impararci le poesie a memoria. Che si fottano, le poesie.
- La memoria dichiarativa riguarda tutti i ricordi esprimibili a parole: “il mio PC era sul tavolo”, “ecco le prime 1000 cifre di PiGreco”. La memoria dichiarativa riguarda “qualcosa che posso raccontare”.
- A sua volta questo tipo di memoria si suddivide in memoria semantica che riguarda ricordi e idee di tipo generale quali la generica sbarra delle trazioni o la conoscenza di nozioni sui cani indipendentemente dal fatto che io ne abbia uno, e in memoria episodica che invece è relativa ad uno specifico evento come aver fatto le trazioni ad una particolare sbarra o avere un ben preciso cane.
- La memoria procedurale riguarda l’esecuzione di compiti, “qualcosa che posso fare”, come andare in bicicletta o, appunto, fare le trazioni”
Poiché l’argomento è complesso e non è chiaro nemmeno a chi lo studia, mi permetto di evidenziare questi aspetti: gli studi sono effettuati con esperimenti in cui i soggetti sono sottoposti a compiti “semplici” e facilmente catalogabili come dichiarativi o procedurali (ricordare una sequenza di lettere o picchiare le dita sul tavolo con un certo ritmo), viene registrata l’attività del cervello per capire cosa succede.
Se il confine è netto in questi casi, è molto più labile se parliamo di compiti complessi quale ad esempio uno squat: io posso descrivere lo squat, ho coscienza di dove sono in ogni momento della traiettoria, per impararlo devo non solo comprendere il movimento ma anche il perché deve essere proprio quello. L’apprendimento di uno squat coinvolge moltissime aree del cervello ed è difficile classificarlo come solo procedurale…
Due memorie… anzi tre
Se il cervello è la più potente macchina elabora-informazioni dell’Universo, il modo con cui memorizza le informazioni non può di sicuro essere banale e semplice…
Qualsiasi sensazione raggiunge i nostri sensi viene memorizzata per qualche secondo in quella che viene definita memoria di lavoro. Queste sensazioni vengono memorizzate o scartate ma comunque il contenuto della memoria di lavoro viene sostituito da altri ricordi.
Dalla memoria di lavoro le informazioni, le registrazioni, passano all’ippocampo, una zona del cervello all’interno del lobo temporale, e alla corteccia cerebrale. Nel disegno le frecce MI e MC rappresentano la “forza” con cui vengono creati questi ricordi o tracce nelle rispettive aree.
Perciò, inizialmente la memoria si forma nell’ippocampo.
I ricordi tendono a diventare più labili con il passare del tempo, cioè decadono ma con velocità differenti nelle due aree descritte: più velocemente nell’ippocampo, freccia DI, più lentamente nella corteccia, freccia DC: questo significa che la memoria diventa nel tempo sempre meno dipendente dall’ippocampo.
La freccia C rappresenta il consolidamento della memoria dall’ippocampo alla corteccia ed è la chiave di tutto: l’ippocampo non è solo una RAM veloce che memorizza informazioni ma può “insegnare” alla corteccia.
A che serve “consolidare”?
Sarebbe tutto più semplice se qualsiasi informazione venisse memorizzata istantaneamente. Il problema è che sarebbe un vero spreco.
Permettetemi questo parallelo: abbiamo oggi a disposizione hard disk di dimensioni di un terabyte, mille gigabyte, che ci permettono di memorizzare qualsiasi nuovo file senza preoccuparci di cancellare i vecchi.
Questo è comodo ma è stupido, una possibilità data dal costo in picchiata dei supporti di memorizzazione che permette di aumentare indiscriminatamente la capacità di memorizzazione.
Nascono, però, nuovi problemi: le decine di migliaia di foto, le migliaia di canzoni, le centinaia di film devono essere in qualche modo catalogate per essere utilizzare, per scappare fuori quando ci servono e buttare dentro roba qualsiasi essa sia aumenta la complessità della gestione delle informazioni stesse. Vi accorgete di questo problema quando fate vedere a vostra suocera le foto della comunione del nipotino e scappano fuori immagini raccapriccianti dei vostri incontri sado-maso a base di latex e fruste. “Eppure mi ricordavo che da CMG001.jpg a CMG103.jpg c’erano le foto del piccolo…”. “********! I nomi sono quelli giusti ma hai aperto la cartella sbagliata!”.
Il cervello è strutturato non solamente per memorizzare informazioni, ma principalmente per catalogarle e poterle utilizzare.
La memoria di lavoro è pertanto un buffer dove tutto viene schiantato dentro, ma per poco tempo. Poi, in qualche modo e con una qualche forma di filtraggio, tutto viene passato a strutture che elaborano informazioni.
La corteccia contiene la “vera” memoria delle informazioni, i ricordi che permangono, catalogati e classificati in modo da poterli richiamare quando servono per sopravvivere al mondo: l’immissione tout-court di nuove informazioni porterebbe alla distruzione di questi schemi con conseguenze estremamente pericolose. L’ippocampo permette così l’acquisizione “rapida” di nuove informazioni che possono essere utilizzate senza che queste vadano a rovinare gli archivi della corteccia.
L’altro importantissimo ruolo dell’ippocampo è il “replay” continuo delle informazioni presenti al suo interno verso alla corteccia che può così scoprire elementi comuni fra esperienze diverse, categorizzare informazioni eterogenee, generalizzare ricordi particolari integrando (appunto, sommando) tutto questo alle informazioni presenti consolidando, cioè “rendendo stabile”, il nuovo nel vecchio.
La formazione della “memoria” è perciò l’integrazione di nuove informazioni all’interno della struttura di ciò che è già presente, ed è un processo che richiede del tempo, giorni, settimane.
Specialmente per i “ricordi motori” il sonno svolge un ruolo fondamentale per la riorganizzazione degli schemi mentali connessi ai movimenti: oggi avete giocato tutto il giorno con la PS3 ma il cattivone di turno vi ha ammazzato sempre, domani vi svegliate e il cattivone prende un sacco di kicks in the ass. Il “ricordo motorio” dei movimenti delle vostre mani coordinate dagli occhi si è integrato con gli altri presenti nella vostra corteccia permettendovi un controllo migliore rispetto a quello del giorno prima. E’ necessario perciò uno stimolo ma anche del tempo perché questo stimolo possa fondersi con gli altri. Riuscite a vederci qualcosa di buono per quanto riguarda l’allenamento?
L’ultimo paragrafo è pericolosissimo per il palestrato medio che a seguito della lettura pensa: “se dormire migliora la mia performance, allora dormire 10 ore è meglio di 8 ore e 12 meglio di 10”. Mi raccomando: non c’è bisogno di raddoppiare la dose di Tavor ed andare in letargo per diventare più forti.
Il cervello utilizza come sempre un metodo geniale per permetterci di memorizzare quantitativi illimitati di informazioni: una compressione delle informazioni fantastica insieme ad una velocità di acquisizione
Perché ripetere?
C’è un piccolo problema: il cervello è fantastico, l’ippocampo, la corteccia, ci vuole un po’ i tempo poi tutto viene consolidato bla bla bla. Bene: ma se è così eccezionale, perché per memorizzare qualcosa di minimamente complesso devo ripetere quel “qualcosa” più e più volte?
Bella domanda, no?
Come vedete, per scoprire chi è l’assassino in questo gioco è necessario continuare a giocare: la risposta a questa domanda è semplice se si risponde a quest’altra domanda: “cosa accade fisicamente al cervello quando memorizza qualcosa?”
Toccatevi già da ora i gioielli di famiglia perché nella prossima puntata parleremo di ictus cerebrali…
Le neuroscienze hanno avuto un impulso notevole a partire dagli anni ’80 quando è stato possibile osservare meglio il comportamento del cervello. Nel mondo scientifico circa 30 anni di ricerca è un tempo relativamente breve.
Per esperienza, il “ricercatore” non è, statisticamente, una persona reattiva. Ok, lo scienziato pazzo ha sempre delle grandiose idee innovative e rivoluzionarie. Il problema è che lo sono solo le sue mentre quelle di un altro scienziato pazzo sono sempre idiozie. E’ l’animo umano…
Questo fa si che siano necessari anni prima che i cambiamenti siano assimilati in ambito scientifico, da cui deriva che un trentennio non sia poi un tempo lunghissimo.
Quando mi sono laureato andavano di moda le reti neurali, proprio perché l’elettronica del tempo iniziava a presentare circuiti integrati flessibili e programmabili e i PC iniziavano ad avere potenze di calcolo accessibili a costi ragionevoli per una università. Ho simulato la mia bella rete neurale su una workstation Sun di potenza immensa rispetto al mio 486DX2 a 66Mhz.
Il problema è che gli ingegneri si perdevano nei dettagli matematici e tecnici del singolo neurone e delle singole connessioni non vedendo il quadro generale. La nebbia permette di vedere i particolari piccoli ma vicini e offusca strutture gigantesche ma lontane. Sarebbe bastato poco per ottenere il risultato di questo scritto: non voglio dire che sia intelligente, solo che a parità di idiozie avrei potuto scriverle 15 anni fa.
Ritrovo questa problematica in moltissimi testi di apprendimento motorio che ho letto: si “apprende” per ripetizione, esistono delle “curve di apprendimento”, esistono dei modelli che funzionano. Sono modelli plausibili, efficaci, intuitivi e ragionevoli. Però… perché funzionano? Il problema, secondo me, è che come la Teoria della Supercompensazione, sono dei modelli semplificati della realtà, vista a livelli macroscopici.
Nascondere i dettagli è necessario e non voglio essere il solito ipercritico. Vi prego, però, di “studiare” un po’ quello che scriverò perché dalle cose che ho letto è possibile derivare, come faremo nei prossimi pezzi, un modello di allenamento coerente che spiega TUTTO. Stavolta non voglio essere presuntuoso e vi dirò che credo molto in quello che scriverò: vi prego di farmi avere tutte le vostre critiche.
Stroke!
Una piccola arteriola che nutre il cervello si ostruisce per un accumulo di grasso, per un embolo o per qualsiasi altro fottuto motivo che il Destino ha deciso in quel dato momento, un’area del cervello soffoca perché non riceve ossigeno, muore nel giro di qualche minuto. E’ l’ictus cerebrale, il colpo, the stroke, che arriva e devasta come nessun Mike Tyson riuscirebbe a fare. L’ictus dura pochi secondi, il suo effetto per sempre.
Dopo, cosa accade? Poiché tutti noi siamo venuti a contatto per via indiretta con questo terribile evento, è facile mettere insieme delle frasi sentite:In particolare, nell’ultima frase è contenuto ciò che ci serve: cosa accade durante la riabilitazione? Nei programmi stile Quark sentirete quest’altra frase: “altre aree del cervello prendono il posto di quella che non c’è più”.
- “A seconda dell’area colpita potrà riprendersi o meno”
- “La lesione è molto estesa, non tornerà come prima”.
- “Non parlava/non muoveva un braccio, dopo la riabilitazione è tornato quasi come prima”.
L’avete sentita, dai! L’avete sentita ma, come me, non ci avete mai ragionato sopra. Bene: rewind veloce… ecco… ora bullet time please… cosa è il bullet time? Ma chi assumono in regia? Manda piano la scena come in Matrix quando Trinity prende a calci i poliziotti, ma che devo fare tutto io?
Nella foto precedente l’effetto di un ictus: l’area nera a destra che non è presente a sinistra è l’effetto del colpo, una necrosi dei tessuti (per correttezza, ho preso un’immagine a caso con Google, il naso dovrebbe essere sopra e la nuca sotto… altrimenti facciamo come gli archeologi che avevano messo la testa del dinosauro al posto del culo e poi avevano dedotto interessanti peculiarità della spina dorsale ah ah ah)
Ipotizzo che l’ictus abbia colpito la zona della mano sinistra, a sinistra l’ictus sull’homunculus di Penfield e a destra l’effetto della morte dell’area interessata: vengono a mancare i neuroni che controllano la mano che rimane inerte perché per quanto lo sfortunato soggetto possa sforzarsi, per quanto i muscoli siano intatti, per quanto i nervi che arrivano alla mano siano ingegri, mancano proprio gli organi che “ordinano” alle dita di muoversi.
A questo punto, che succede? Riorganizziamo le due ultime frasi: il soggetto fa della fisioterapia e un’altra area del cervello impara ad usare le dita e la mano può recuperare tutta o parte della sua funzionalità.
In altre parole, succede questo:
La mano dopo la riabilitazione torna a posto non perché l’area di partenza guarisce, ma perché altre zone imparano ad usare la mano!
Sull’homunculus ho uno spostamento delle zone che è registrabile e verificabile. Studi di questo tipo sono stati fatti e tutti confermano questo spostamento di aree: studi sugli amputati o sui ciechi evidenziano una riorganizzazione della corteccia cerebrale.
Imparare
La prima considerazione, copernicana per la sua portata, è che il cervello non è statico: l’homunculus non è fisso ma può variare! I neuroni persi non si recuperano, ma gli altri possono cambiare la loro configurazione per fare altre cose.
Del resto, la macchina adattativa più potente dell’Universo lotta contro la Morte mettendo in atto tutte le strategie possibili: se è capace ad imparare, costringerà le parti rimanenti ad imparare ciò che si è forzatamente perso! A seguito di un ictus il cervello attua immediatamente tutta una serie strategie per recuperare la funzionalità perduta, ma conosciamo benissimo i miracoli di una corretta riabilitazione.
La seconda considerazione deriva dalla fusione di questo concetto con la definizione di apprendimento: “l’apprendimento è definito come il cambiamento relativamente permanente come risultato della pratica” In questa definizione è assente il motivo per cui avviene un cambiamento con la pratica, perché manca il link fra il mondo della Psicologia e il mondo della Neurofisiologia.
Ora, non è che questo link lo farò io, ben altri ci stanno pensando. Solamente, per quasi un secolo è mancato e solo nell’ultimo trentennio la Scienza sta costruendo questo ponte.
La riabilitazione è un processo di apprendimento, perché re-insegna tramite la pratica funzionalità altrimenti perse. La riabilitazione causa una riorganizzazione delle aree cerebrali, pertanto la riabilitazione è un processo di apprendimento che porta ad una riorganizzazione delle aree cerebrali o, se volete, l’apprendimento è una riorganizzazione delle aree cerebrali!
In questo disegno due delle strategie di riorganizzazione che più mi hanno impressionato: l’axon sprouting e la crescita dendritica. Il primo nome è in inglese perché sprout significa germogliare e la traduzione in italiano non mi veniva bene.
In pratica, i neuroni possono far crescere il proprio assone e le proprie terminazioni: in questo modo è possibile raggiungere altri neuroni! Dall’altro lato, i neuroni possono far crescere i loro dendriti, le zone su cui possono agire le terminazioni nervose di altri neuroni!
Ok, gli assoni germogliano, i dendriti crescono e nuove terminazioni toccano nuovi dendriti. Perché tutto questo abbia un senso è necessario che sia possibile creare nuove giunzioni: questo fenomeno si chiama sinaptogenesi ed è ciò che regolarmente accade quando impariamo qualcosa.
Il risultato finale, per me sconcertante, è che il cervello cambia la sua configurazione a seguito degli stimoli esterni: è quanto di meno statico esista. La riorganizzazione a seguito di un ictus è l’espressione massima di questo fenomeno, ma semplicemente vengono esasperate strategie normalmente utilizzate per… imparare qualsiasi cosa.
Axon sprouting, crescita dendritica e sinaptogenesi sono esempi di plasticità strutturale del cervello: il network neurale cambia forma, si rimodella come la plastilina, il Pongo o il Didò. Esiste, ed è ugualmente fondamentale, anche una plasticità funzionale.
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