Il carico di allenamento : l’adattamento
La capacità di prestazione è sviluppata principalmente dagli stimoli del movimento. Se detti stimoli sono dosati in maniera da determinare un effetto allenante e quindi da contribuire allo sviluppo, mantenimento e consolidamento dello stato di allenamento, parliamo di carico di allenamento.
Si è soliti operare una distinzione tra carico esterno e carico interno.
Il carico esterno è determinato dall’entità e dall’intensità degli stimoli costituenti il carico nonché dalla densità, dalla loro durata e frequenza.
Le singole componenti citate sono tutte misurabili, pur con qualche comprensibile limitazione per talune discipline sportive.
Ogni carico esterno provoca una reazione funzionale a livello fisico e psichico che viene definita come carico interno e contraddistingue il grado di sforzo percepito dall’atleta: la grandezza e l’intensità del carico interno sono influenzate dalle singole componenti di quello esterno.
Per tale motivo, ad identica somministrazione di carico esterno non sempre corrisponde la medesima misura di carico interno; alle condizioni che possono modificare quest’ultimo appartengono i momentanei stati fisici e psichici dell’atleta, le condizioni di impianti e attrezzature, fattori metereologici e - secondo Mathesius – pure fattori sociali, quali i rapporti atleta/compagni di squadra e atleta/allenatore.
L’adattamento è l’organizzazione dei sistemi funzionali fisici e psichici che si verifica sotto l’influenza di carichi esterni per ottenere un più elevato livello di prestazione e la disposizione a condizioni esterne specifiche.
Tra carico ed adattamento esistono rapporti ben precisi:
1) l’adattamento si verifica solo se gli stimoli raggiungono un’intensità adeguata alla capacità individuale di prestazione ad una dose minima.
Quanto più ci si allontana dal valore ottimale, per carichi troppo piccoli o troppo grandi, tanto minore risulterà l’effetto allenante;
2) il processo di adattamento è il risultato di un’esatta alternanza tra carico e recupero.
In una seduta il carico produce inizialmente un processo di affaticamento, facendo abbassare la capacità funzionale dell’organismo; poi, nella fase di recupero, le fonti energetiche consumate devono poter essere ristabilite sotto il profilo biochimico oltre il livello iniziale, dando origine al cosiddetto fenomeno di supercompensazione, che costituisce la base per l’ulteriore progresso prestativo;
3) negli atleti di elevata qualificazione il processo di conversione sopra accennato, che Matwejev chiama di “trasformazione ritardata”, può durare persino mesi, durante i quali è impedito il flusso formativo continuativo sull’effetto allenante del carico necessario per un’ottimale regolazione del processo di allenamento.
Senza la pratica sistematica di adeguate procedure di controllo solo i risultati di gara potrebbero attestare l’adeguatezza dei carichi somministrati ma, a quel punto, eventuali errori non sarebbero rimediabili.
E’ dunque importante sperimentare, sviluppare e inserire ulteriori procedure di controllo sullo stato dell’allenamento che vadano oltre i test consuetudinari e la valutazione sul campo;
4) l’adattamento progressivo non consente solo maggiori risultati ma aumenta anche la capacità di sopportazione dei carichi successivi;
5) l’adattamento rallenta e si esaurisce con frequenti interruzioni dell’allenamento, per cui è opportuno evitare periodi di transizione post o intra competitivi di durata eccessiva;
6) l’adattamento dell’organismo avviene sempre nella direzione richiesta dalla struttura del carico.
Ne consegue che carichi di grande entità (numero) ma bassa o media intensità sviluppano le capacità di resistenza, mentre quelli di ridotta entità ma con intensità massimale o sub massimale incrementano le capacità di forza e velocità.
...i pesi pesano, non c'è niente che pesi quanto un peso...
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