Intanto ti ringrazio per l'apprezzamento: quando si scrivono certi articoli si ha sempre la paura di risultare aridi o noiosi, visto che dopotutto siamo su di un forum non in uno stage; da qui le mie perplessità su come possano essere accolti, soprattutto se "seriali".
Per quanto riguarda la tua riflessione successiva, devo dire che hai toccato un tasto molto importante. Infatti, la scientificità e l'alto livello di specializzazione sono elementi imprescindibili al giorno d'oggi nella stesura di una pianificazione sportiva, che pertanto richiede competenza specifica di settore, razionalità e sistematicità in tutte le fasi della preparazione sportiva di un atleta, pure di medio livello.
Se tali caratteristiche sono fondamentali, tuttavia non sono tutto: nello sport restano altrettanto basilari le componenti esperienziali, prodotto delle prove empiriche sul campo ma pure quelle psicologiche e di relazione umana.
Proprio su questo Harre insiste, in maniera sorprendentemente precoce, nella sua "Teoria dell'allenamento".
L'uomo difatti è animale socievole e lo sport, quale attività simbolo, è prettamente sociale, collettiva, aggregativa, pure quando trattasi di disciplina individuale e non di squadra.
Lo sport è parte della vita sociale: puoi svolgere uno o più sedute di allenamento in solitaria ma non puoi non relazionarti con gli altri - coach, compagni, avversari, ecc. - nel complesso della tua vita da atleta; altrimenti non si tratta più di preparazione sportiva agonistica ma di semplice attività salutistica per il benessere e l'igiene della persona o di divertimento personale estemporaneo o - talvolta - di sfogo mal incanalato di difficoltà inconscie irrisolte.
Allo stesso tempo, un atleta non è un robot che esegue disposizioni o una macchina perfetta ma ha i suoi problemi, le lacune, difficoltà oggettive, genetiche e del momento che deve esternare; ha sensazioni, emozioni, personalità.
Analogamente il coach/trainer o tecnico che dir si voglia non è un mero ricercatore di un dipartimento accademico ma un uomo di sport, che deve saper affiancare alle indubbie conoscenze generali di fisiologia e chinesiologia, quelle più specifiche della disciplina che coltiva ma, insieme ad esse, capacità didattiche, umane, discorsive di relazione e confronto quasi quotidiano.
Questo aspetto che hai voluto mettere in risalto - molto più sinteticamente di quanto non abbia fatto io - è proprio l'essenza dell'insegnamento di Harre, che distingue il suo lavoro da altri, pure eminenti ma non altrettanto onnicomprensivi.






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Mi verrebbe quasi da dire che i bravi allenatori sono anche quelli più sensibili(ma non troppo).

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