In sintesi, non si può certo affermare che gli atleti pesanti, che detengono le massime prestazioni di forza assoluta, risultino anche i più forti per quanto concerne la forza “relativa”, quella cioè comparata al peso corporeo dell’atleta che la esercita.
Non è casuale che i lanciatori del peso e del martello abbiano caratteristiche fisiche e fisiologiche analoghe a quelle dei sollevatori di peso delle massime categorie. In questa specialità, infatti, la forza assoluta risulta determinante ai fini del risultato e, ad ogni aumento della “cilindrata”, corrisponde un aumento della potenza espressa e, di fatto, del risultato.
Non avviene così nella maggior parte delle altre discipline sportive nelle quali la forza non viene “scaricata” su di un attrezzo, allo scopo di accelerare la gittata lontano dal corpo ma serve per accelerare i segmenti corporei dell’atleta (es. pugilato, scherma, tennis, ecc) o l’intero corpo dell’atleta stesso (valgano ad esempio tutti i tipi di corsa, i salti, ecc.).
In tutti questi casi, il “motore” viene utilizzato per muovere se stesso ed un eccessivo aumento di peso può risultare controproducente.
Uno sviluppo ipertrofico rilevante, pur provocando maggior forza assoluta, non è sempre determinante ai fini del risultato, anzi potrebbe rivelarsi nocivo: poichè ad ogni aumento ulteriore della “cilindrata” corrisponde un aumento del peso motore che trasportiamo, il vantaggio si ottiene solo entro i limiti in cui tale peso aggiuntivo sia giustificato dall’azione da intraprendere.
Ovviamente per ogni specialità il limite si colloca in punti differenti. Il saltatore in alto, dovendo accelerare la propria massa verso l’alto, raggiunge questo limite molto presto. Il velocista, dovendola accelerare prevalentemente in senso orizzontale, troverà conveniente sviluppare masse muscolari più trofiche. Il saltatore in lungo, invece, si colloca in una posizione intermedia tra i due atleti appena menzionati. Così si spiega perché gli sprinter siano dotati spesso di muscolature poderose molto più dei saltatori in lungo o dei triplisti i quali, a loro volta, sono più muscolosi dei saltatori in alto.
Peraltro, pure laddove la forza viene indirizzata su di un attrezzo (es. i “concorsi” nell’Atletica leggera), occorre tenere in debito conto l’importanza della velocità di sviluppo dell’esercizio che, come già riassunto sopra, muta considerevolmente le proporzioni tra peso corporeo e peso da sollevare, fino a far divenire l’aspetto della massa corporea pur sempre importante ma tuttavia non decisiva ai fini della classificazione degli atleti e relativa loro distribuzione in categorie di peso.
Un buon 50% della preparazione dei lanciatori di peso di elevata qualità è basato su sovraccarichi pesanti, mentre possiamo affermare che ciò si verifica in misura senz’altro inferiore per i giavellottisti. Il motivo è la differenza nel peso degli attrezzi: oltre 7kg. il “peso” maschile, meno di 1kg. (0,800 ca.) il giavellotto; da qui la differente velocità del lancio e la diversa distanza che tali attrezzi copriranno.
I lanciatori di giavellotto hanno una scarsa correlazione tra forza massimale occorrente e velocità di esecuzione e dunque risulteranno all’aspetto meno massicci dei colleghi e svolgeranno in palestra un lavoro ridotto rispetto a quello che effettuano sul campo di atletica; i lanciatori di peso, dal canto loro, hanno una velocità di rilascio pari a 14m/s (inferiore ai 30m/s dei giavellottisti) ma con un attrezzo più pesante, per cui daranno priorità ad un lavoro di potenziamento con i sovraccarichi.
Ciononostante, consistendo in ultima analisi anche la disciplina di costoro nella copertura di una distanza (lo spazio delimitato dalla pedana fino al punto ove atterra la palla di ferro) e non nell’incremento del carico, che resta costante ad ogni lancio e per ciascun atleta, risultano praticamente tutti molto alti e pesanti ma senza che si renda necessario distribuirli in differenti categorie ponderali.
E’ stato proprio per ottemperare all’esigenza di valutare tutte le caratteristiche della qualità di forza, non solo la forza massima assoluta ma anche quella relativa esprimibile dall’uomo che, fin dal 1905, le Olimpiadi ed i Campionati del Mondo di Sollevamento Pesi si sono svolti dividendo gli atleti in categorie di peso, costituendo gruppi composti da concorrenti della medesima taglia analogamente a quanto avviene nella maggioranza degli sport di combattimento (pugilato, lotta, arti marziali).
In questi ultimi si è detto che la forza non viene scaricata sull’attrezzo ma sui propri segmenti corporei e cionondimeno, a differenza di sport come il tennis o il golf dove lo strumento (la pallina) è comune a tutti i concorrenti, la resistenza da vincere (l’avversario) rappresenta un’entità di peso variabile che giustifica la statuizione delle categorie di peso come avviene nella pesistica, sia pur con tetti ponderali inferiori dovuti alle caratteristiche di movimento, velocità e agilità intrinseche al combattimento stesso.
In casi sporadici e limitati, in ambito pesistico, l’uso delle categorie di peso è stato sostituito da calcoli numerici basati su coefficienti analitici - via via decrescenti in rapporto all’aumento del peso dell’atleta - assegnati per ciascun ettogrammo di peso corporeo e moltiplicati per il carico sollevato, fino a determinare il punteggio finale mediante il prodotto dell'operazione.
Tale sistema tuttavia, più diffuso nel passato, presenta molte approssimazioni e risulta complessivamente inadeguato e impreciso. Per prima cosa non è applicabile, a differenza della divisione in categorie di peso, agli sport ove la resistenza di forza da superare non consista nell’unità di misura di un carico (chili o libbre) ma nella massa e struttura corporea di un avversario (il pugilato oppure tutte le forme di lotta e arti marziali): è assente, pertanto, il requisito dell’universalità del mezzo riferito alle discipline di forza; in secondo luogo dette tabelle si rivelano tutte troppo discrezionali e parziali nell’attribuzione di punteggi e mai univoche nell'indicazione oggettiva di un vincitore; infine, la proporzione in esse implicita tra peso corporeo e peso sollevato finisce per premiare inevitabilmente i campioni di forza relativa, allo stesso modo come la contemporanea assenza di categorie e tabelle avrebbe viceversa spostato l’ago della bilancia nei confronti dei campioni di forza assoluta.
Si tenga altresì presente che è stato osservato come la forza relativa non cresca in modo del tutto lineare in ragione inversamente proporzionale al peso, per motivi squisitamente connessi a fattori indipendenti dalla massa corporea e legati al livello qualitativo dell'atleta, alla sua morfologia più o meno adatta alla specialità in questione, all'anzianità di allenamento ed alla bontà delle metodologie impiegate.
Non sempre sono infatti le minime categorie ad esprimere la massima forza relativa bensì spesso quelle collocate immediatamente sopra ad esse.
Nel campo del Sollevamento Pesi, alle Olimpiadi di Seoul del 1988, il turco Naim Suleymanoglu sollevò con una alzata di slancio divenuta celebre 190kg. ad un peso corporeo di soli 60kg.
Questa prestazione costituisce un rapporto di ben 3,16 volte il peso dell’atleta e rappresentò la maggiore espressione di forza relativa fino a quell’epoca mai registrata, persino superiore alle proporzioni riscontrabili in atleti di categorie inferiori.
Da quanto detto discende che uno sviluppo logico dei coefficienti numerici decrescenti all'interno di una tabella costruita come un diagramma cartesiano non si attaglierebbe perfettamente alle reali espressioni di forza in soggetti di masse corporee differenti.
Le citate tabelle non sono pertanto adottate nei contesti internazionali ufficiali per l’attribuzione dei titoli in palio, poiché sostituirebbero la prestazione oggettiva premiabile all’interno delle categorie di peso con dubbie e contestabili formule matematiche.
Sono tuttavia previste dalle Federazioni dei Comitati Olimpici al fine di riconoscere un'altra forma di “forza relativa”, forse meno improntata a leggi della fisica ma pur sempre legata alla biologia umana, ossia nella valutazione delle prestazioni tra atleti di diverso peso corporeo ma accomunati da ravvicinate soglie anagrafiche (classifiche juniores, master, ecc.), laddove non sia possibile, per numero limitato di concorrenti o per altre ragioni anche promozionali o locali, creare appositi Campionati riservati alle predette fasce d’età.
D'altronde, la volubilità delle tabelle in argomento si rivela anche in simili situazioni; lo dimostra il fatto che, nel corso degli anni, non è mai stato raggiunto stabilmente un accordo su quale fosse il criterio numerico più affidabile, preferendo adottare man mano svariate formule (Sinclair, Schwartz, Malone, Wilks, ecc).
Da soggiungere che, non a caso, secondo rigorosa terminologia sportiva, sono denominabili con il termine “categorie” esclusivamente quelle concernenti il peso personale dell’atleta, così come riconosciute dalle Federazioni che amministrano la disciplina sportiva di cui caso per caso trattasi; è improprio definire invece “categorie” quelle classificazioni relative all’età anagrafica che, per prassi comune, sono solite esser individuate per raggruppamento di millesimi come “classi di età”.
Nel weightlifting motivazioni di natura storica, geografica e politica spinsero la IWF a modificare, nel tempo, le categorie di peso degli atleti. Erano 5 dal 1920 al 1936, poi gradualmente portate fino a 10 maschili e 9 femminili nel 1980.
Allo stesso modo si è regolata l’IPF per il powerlifting, dove le categorie maschili erano 11 (-52, -56, -60, -67.5, -75, -82.5, - 90, - 100, -110, -125 e +125kg) e ridotte successivamente a 8, mentre quelle femminili da 10 (-44, -48, -52, -56, -60, -67.5, -75, -82.5, -90 e +90kg) sono passate a 7.
In altre discipline, soprattutto il pugilato, il proliferare delle categorie e delle sigle internazionali che si contendevano la boxe mondiale (alle storiche WBA e WBC si sono aggiunte negli ultimi 30 anni la IBF, la WBO e la WBU) provocarono un moltiplicarsi dei campioni che inflazionava il valore dei titoli che avrebbero dovuto detenere e difendere.
Questo appena descritto è comunque un aspetto di natura propagandistica e commerciale in cui immancabilmente hanno prevalso forti interessi economici, che esula dal discorso tecnico sopra affrontato in merito alle differenze di forza e che, per fortuna, ha inciso in maniera quasi irrilevante nel panorama della pesistica mondiale.
La recente riduzione del numero delle categorie sia per l’IWF che per la IPF è rivolta - tra l'altro - allo scopo di favorire e promuovere l’interesse verso la pesistica femminile e di consentire l’ingresso di nuove specialità e discipline riconosciute dal CIO, senza soffocare oltre ogni limite il già saturo programma olimpico ed evitando una poco gratificante proliferazione e svalutazione nell’attribuzione delle medaglie.
Bibliografia
alcuni dati statistici, desunti da studi e ricerche effettuate, sono stati ricavati da:
- Zatsiorsky/Kraemer , “Scienza e pratica dell’allenamento della forza”, ed. Calzetti Mariucci,
- Verchosanskij, “Lo sviluppo della forza specifica nello sport”, Ediz. di Atletica Leggera,
- Arcelli, “Che cos’è l’allenamento”, ed. Sperling & Kupfer,
- Pozzo/Sacripanti/Zanetti “ Biomeccanica della pesistica moderna”, ed. FILPJK.



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