E' inverosimile quanto sia obbligatorio essere buoni solo a Natale.
Pensando a questo, mi viene in mente la scena vista ieri nel parcheggio davanti al supermercato.
Due signori, di circa 50 anni litigavano e venivano alle mani per un parcheggio, o per una botterella tra macchine, non so...
Intanto scorrono le pubblicità martellanti dei giocattoli, dei regali-da-fare, delle novità imperdibili e dei "pensierini dell'ultimo minuto".
Sarebbe patetico provare ad estrapolare il vero senso del Natale, di questa festa studiata a tavolino, della data del 25 dicembre presa a casaccio (Gesù non è mica nato il 25 dicembre...).
Sarebbe patetico ricordare che in Pelestina il 25 dicembre non c'era (e non c'è) la neve, nè tantomeno il muschio a simboleggiare l'erba rigogliosa: al massimo ci potrebbe essere sabbia polverosa a fare da contorno a palme da dattero.
Sarebbe patetico pensare che la neve se la scordano...
Eppure San Francesco ci ha abituati a questa Natività, a questa cornice di emozioni che comunque scaturiscono in noi quando siamo piccini.
I paragoni con i coetanei per vedere chi ha ricevuto il regalo più bello.
Poi arriva l'età del pensiero, e ci si accorge che per un regalo si possono anche perdere staffe e capelli, che addirittura vengono fatte statistiche per conteggiare i regali "riciclati", e che i poveri commercianti sono costretti a dover vendere per ristabilire un pareggio della crisi durante l'anno.
Poi le feste finiscono, e allora si vedono negozi che sfoltiscono le rimanenze a prezzi più umani, sperando di vendere quello che è rimasto, ma allo stesso tempo pensando: "Ma guarda che morti di fame questi che comperano a feste finite".
Non ci si accorge che viviamo per essere perfetti il 25, che i regali sono parte di noi tutto l'anno, e non solo nei compleanni e nelle feste comandate.
364 giorni o giù di lì per capire che il 25 dicembre è una meta lontana, aggrovigliandosi testa e budella nel pensiero del dolore quotidiano.
Lavoro, famiglia trascurata, piccole gioie da non condividere.
Ma alla fine arriva il 25 dicembre.
Arriva la speranza che tutto cambierà, mentre con i nostri soldi ci sono soldati in guerra in varie parti del mondo, e che puntualmente Studio Aperto ricorda, con tanto di musica strappalacrime come sottofondo al servizio (un po' come quando fa i servizi sui cani abbandonati).
Viviamo nell'opulenza, ma non ci si può fare niente e forse è meglio così, perchè ci rimane molto più comodo fare le guerre per mantenere il 20% del modo di cui facciamo parte.
Quel 20% che fa diete e si indebita per macchine lussuose, quel 20% che pur di correre verso il futile fa salti mortali per arrivare al 27, quel 20% che si lamenta che il pane aumenta (ma nel frattempo ha cambiato macchina usufruendo degli eco(?) incentivi).
Quel 20% che pur di non pensare a come essere più equi, preferisce ricoprirsi di cose nuove gettando le vecchie come se fossero bucce di banane.
Quel 20% che pensa di essersi messo l'anima in pace quando la domenica mette una moneta da 1 Euro nel cestino delle offerte in chiesa.
Il 20% del Pianeta occupa l'80% delle risorse.
E l'altro 20% delle risorse? Beh, relegato all'80% della popolazione mondiale, che foraggiamo per non crescere, per mantenere uno stato di confusione e guerriglia che ci può far sempre comodo in caso di economia che non cresce.
L'industria pesante (traino dell'economia) è in crisi?
Beh, cosa c'è di meglio di una guerra per rinvigorirla?
L'acciaio servirebbe per costruire i carri armati e gli armamenti, l'industria delle armi si rinvigorirebbe anche lei, e le scorie nucleari di cui non sappiamo come sbarazzarci avrebbero la loro degna fine lontano dall'America, magari in Bosnia (dove poi andranno a morire i soldati italiani e non, all'oscuro del fatto che nei proietti usati vengono inserite le scorie nucleari che creano leucemia).
Gli Americani le smaltiscono così.
I Francesi hanno la fortuna di avere le vecchie Colonie. Rimangono comode: pagando i signori della guerra locali, si ha in cambio il diritto di seppellire i barili di scorie nucleari nel loro sottosuolo.
Ma d'altra parte il 20% del mondo gira e non si ferma, e così deve essere.
Io per primo non potrei fare a meno del mio pc, ma se tutto il mondo avesse un pc a testa, l'energia elettrica non basterebbe più per altre cose.
Poi alla fine arriva il Natale, che ci ricorda che è molto più facile buttare la spazzatura sotto il tappeto.
Tanto poi se accadono le guerre, non è mica colpa nostra: la colpa è del Governante di turno...
Si trova la scusa per la guerra, che io definisco "periodica e programmata" un po' come il rappresentante che cambia la macchina ogni 3 anni perchè finita di ammortizzare con le tasse.
Allora ci si può accorgere come ci faccia comodo mantenere irrisolte certe questioni in zone calde del pianeta.
Ci si accorge come non convenga a nessuno risolvere la questione in medio-oriente.
Ci si accorge come ogni giorno ci sia un Paese potenzialmente nemico che guardacaso nonostante l'embargo, riesce a trovare materie e cervelli per costruire l'atomica.
Ma chissà chi gli avrà fornito queste conoscenze?
Forse Saddam Hussein non viveva dei soldi nostri, di quelli dell'America e di quelli della Russia?
E' come dire: oggi ti arricchiamo e ti diciamo come fare le armi. Domani ti incolpiamo di avere quelle stesse armi che ti abbiamo fornito assieme al libretto di istruzioni del fai-da-te.
La Corea, l'Iran...
Ogni giorno ce n'è uno nuovo, tanto il nostro pensiero deve essere quello di fare il regalo giusto a Natale, fregandocene se puntualmente la benzina aumenterà il 23 dicembre per non scendere più, tanto ormai abbiamo la macchina nuova eco-compatibile acquistata a rate con gli eco-incentivi...
Eco-incentivi? O FIAT-incentivi?
Incentiviamo a comperare le macchine ecologiche?
Bene, allora incentiviamo anche a cambiare il carburante o la tecnologia, che giacciono negli scaffali per non far torto a chi ci governa: i petrolieri.
Viviamo in Italia con il mito della macchina: ne abbiamo una a testa.
Al primo stipendio comperiamo la macchina indebitandoci e preoccupandoci della rata.
Al diciottesimo anno ci regalano (grazie a genitori che almeno ci pensano loro) la prima macchina.
Siamo come in sbornia da autotrazione, come negli anni '50.
Gli altri Paesi potenziavano le ferrovie e i trasporti su acqua, noi no...
Noi dovevamo far contenti gli Agnelli, allora giù chilometri di asfalto da percorrere con gli pneumatici Pirelli.
Abbiamo costruito strade anche sui ghiacciai, ma le ferrovie non sono rimaste poi tanto lontane dalla Napoli-Portici.
Ma è Natale, e il mio pensiero va a voi che avete la pazienza di reggermi e di leggermi, va a Laura che ora sicuramente starà facendo tutto quello che faceva con me, ma non con me.
Il mio pensiero va ai miei problemi, alla mia mancanza di amore verso me stesso.
Il mio pensiero va alla paura di alzarmi domani e non vedere più i miei genitori, quegli stessi genitori che dico di odiare (ma la verità è che non c'è mai stato dialogo e quindi il callo è granitico).
Il mio pensiero si posa sul mio passato stanco e sul mio futuro incerto, sulla volontà di cercare una via d'uscita, alla paura di trovarla.
Il mio pensiero è per tutti quelli che ridono pensando ai problemi, beati loro anche io vorrei riuscirci.
Il mio pensiero va alla mia testa che pensa, e che mi crea il dubbio del mio essere.
I tasti di una tastiera da pc sono una compagnia delle mie orecchie. Il loro suono mi conforta e fa sentire meno solo.
Finito di scrivere, ci penserà la tv accesa a fare da tappeto alla mia notte.
Mattina da vivere, giornata da assaporare, emozioni da non sentire e da non lasciar scappare via.
In 24 ore il futuro.
Ma arriva il Natale, siamo tutti più buoni, corriamo al supermercato e vediamo di riderci su.
Un bacio a tutti.



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