La DFT, perciò, non ha il problema del timing per “beccare” il picco di supercompensazione. Non c’è picco, perché le componenti sono totalmente disgiunte. Non essendoci un picco, non devo aspettare niente. Semplicemente, allenandomi devo fare in modo da dissipare la fatica nel modo ottimale per far venire fuori i miglioramenti dovuti alla componente di fitness.

Ci vuole un po’ per entrare in questa ottica, ma il modello è potente. Nella teoria della supercompensazione una unità allenante è composta da un allenamento, un recupero, un picco migliorativo. Devo comunque avere un intervallo di recupero per vedere l’effetto. Il recupero conseguente all’allenamento è necessario, anche in sistemi a sedute multiple: molte sedute, più recupero. Nella DTF una unità allenante è composta da più allenamenti. Il miglioramento c’è sempre, ma la fatica sistemica crescente impedisce di vederlo. Il recupero, lo scarico, ha il compito di dissipare la fatica e far venire fuori i miglioramenti.

Mi raccomando: il risultato finale è lo stesso, si vedono le differenze essenzialmente nel peaking pre-gara, nel tapering, nello scarico prima di una competizione. Chi segue la supercompensazione ridurrà il carico e il numero delle sedute in modo da far supercompensare prima e arrivare in gara nel picco massimo, chi segue la DFT ridurrà il volume ma non la frequenza allenante, cercando di dissipare il più possibile la fatica.

Sono finezze che riguardano chi gareggia e non il balestrato medio.

Quello che a me preme dire è che nella scienza dell’allenamento ci si è posti il problema del timing compensativo e di come gestirlo. La DFT lo risolve… eliminandolo in maniera brillante. Questo invece a noi interessa. Non c’è da aspettare, ma ci si deve allenare per dissipare la fatica.

Sarebbe interessante intavolare una discussione COSTRUTTIVA su queste tematiche, non però la solita flame da forum dove c’è chi si sente attaccato perché la prende come se quello che avessi scritto offende sua madre. Io ho semplicemente LETTO e riportato quello che ho capito. Ovvio, non è che abbia letto tutto e che abbia capito tutto, ma il confronto è sempre positivo.

Butto lì qualche argomento che sarebbe interessante poter discutere:

la DFT spiega meglio della Supercompensazione il concetto di seduta feeder, cioè di recupero. In una seduta feeder è un allenamento a intensità di carico e di volume più basse di un allenamento pesante ma che aiuta nel recupero. Esempio: se ho fatto un 6x3 di squat con l’85%-90%, una seduta di squat in 4x6 con il 50%-60% fatta due giorni dopo migliora i DOMS e accorcia il recupero (è un esempio banale scritto con il pennarello grosso, non la finezza fatta con il pennino, però ci siamo capiti)

  • Con la Supercompensazione non riesco (IO, ma mi piacerebbe sapere l’opinione di altri) a spiegarmi questo effetto: nella fase di recupero sottopongo il corpo ad un nuovo stimolo allenante e questo dovrebbe “tirare giù” la curva e allungare il recupero. Supporre che questo allenamento invece “tiri su” la curva è in contrasto con questa teoria: ogni stimolo genera una condizione di stress da recuperare, ed è dal recupero che si ottiene il miglioramento. Non possono esistere perciò stimoli che hanno solamente effetti positivi, ma ci deve essere anche una fase negativa. Oppure, se così fosse, avrei introdotto un elemento nuovo nella teoria, che non sarebbe più la stessa: la specificità dello stimolo.
  • Con la DFT la seduta feeder è un mezzo per dissipare prima la fatica, esaltando prima del tempo gli effetti di fitness della seduta pesante. Non devo cioè introdurre elementi in più per spiegare il fenomeno. Questo mi sembra una uscita brillante da una empasse.
La DFT spiega meglio della Supercompensazione perché può funzionare un metodo quale l’HST: nell’HST si effettuano cicli di 3 o 4 settimane (non ricordo) dove in ogni settimana ci si allena 3 volte in full body (o 6 volte in ABABAB), ogni settimana si varia il range delle ripetizioni ed il carico. Non si tira alla morte. Ci si allena anche con i DOMS. A seguito di questo periodo c’è un periodo di 1 o 2 settimane di “decondizionamento strategico”, cioè uno scarico. Premetto che a me l’HST mi piace come filosofia di base, ma non sopporto assolutamente la pretesa di scientificità che c’è dietro. Non sopporto le frasi tipo “l’HST è un metodo scientifico”, perché è l’effetto McRobert, “vi dico io perché tutte le schede del mondo non funzionano…”. E allora io che non mi alleno in questo modo sono un ******** ascientifico barbaro. Eh no, non reggo questi atteggiamenti. Comunque, non divaghiamo…

La Supercompensazione non può spiegare perché funziona l’HST, dato che ci si allena senza il recupero completo che determinerebbe il miglioramento. La DFT sì: l’HST permette, con una frequenza elevata, con un minimo di buffer, con una variazione dello stimolo, di migliorare la componente fitness mantenendo sotto controllo la componente fatigue fino al punto in cui questa non eccede, e allora si scarica, dissipandola (perciò, altro che decondizionamento strategico…. Ora invento una teoria io e lo scarico lo chiamo, che so… X-Rest)

E la DFT spiega in parte perché io mi sono potuto allenare alla morte per 7-8 giorni: in ogni allenamento c’è stato miglioramento, fino a che la componente di fatica non è schizzata alle stelle e ho fatto il botto. Però non spiega perché i miei DOMS scomparvero DURANTE gli allenamenti e non dopo.

Come sempre, non sono soddisfatto. E questo è un bene, perché chi è soddisfatto non è curioso, chi non è curioso si adagia sulle proprie conoscenze, chi si adagia sulle nuove conoscenze non apprende più perché pensa di non averne più bisogno. Ed è la stasi, la stagnazione. L’invecchiamento.

E’ “non evoluzione”. Ma in natura l’evoluzione è la chiave della sopravvivenza (cit. Charles Xavier), e chi non sopravvive… muore ;-)