Mi sovviene far notare - è, anzi, assolutamente d'uopo, come suole dire l'illustre Saramago - che nessuno Le ha permesso di adottare con me termini e modi così confidenziali, come ho avuto spiacevole modo di leggere: La prego, dunque, di rivolgersi a me - non solo attribuendomi, come ha fatto, i titoli che mi competono, ovvero Signore (qualità, e non solo titolo, di cui vado modestamente fiero) - con le dovute distanze, così come io faccio con Lei. Diversamente, sarò costretto ad adottare il linguaggio e le usanze del volgo, classe - non solo sociale - etica e morale a cui Lei non mi pare voglia - purtroppo utopicamente - ispirarsi.
Se poi volessimo disquisire sulla correttezza formale, ortosintattica e linguistica del mio italiano, sono pronto ad aprire il mio salotto anche a Lei: prima mi permetta, però, di verificare attentamente che il Suo cervello non sanguini nel trattenere più di un concetto alla volta. A ciò mira anche lo stupore che Le manifesto nel notare che Lei, "ex ante", asserisce di "utilizzare un linguaggio assolutamente popolare e cerco di limare l'utilizzo di parole ricercate proprio per venire incontro ai minorati, linguistici e intellettivi, come te", ma, "ex post", si sconcerta del lemma, prettamente statunitense, da me applicato in conformità a quanto sopra: trattasi di palese contraddizione "in terminis".
In ultimo, se Lei ne possiede uno, gradirei prendere visione del suo "curriculum vitae et studiorum" (sulla bontà dei quali, nutro, in sincerità notevoli dubbi), in modo tale da poter valutare se la Sua persona si confaccia, in termini meramente intellettivi, alla mia.
Ossequi.
Orzade
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